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Borse ai massimi e fondi che falliscono

Pierluigi Gerbino
·3 minuto per la lettura

Ci attendevamo ieri che l’azionario provasse l’attacco ai massimi storici, ma la notizia della liquidazione di un Fondo Hedge di media grandezza (Archegos Capital, 20 mld $ di asset), con significative vendite forzate dei lotti di azioni in portafoglio, ha causato un po’ di spavento.

Anche se siamo in un momento di grande fiducia nel futuro ed in piena euforia, con gli indici tutti sui massimi storici o quasi, assistere al fallimento di veicoli di investimento di una certa importanza impone al mercato qualche domanda sulla solidità del sistema.

Anche perché, se falliscono fondi hedge con gli indici sui massimi, viene da chiedersi che succederebbe quando vedessimo correzioni ampie.

Oltretutto si è rivisto qualche accenno di film passati, con le banche più generose nel finanziarlo (Nomura e Credit Suisse) ad accusare perdite ingenti e perciò pesantemente vendute. Ma un po’ tutto il settore bancario ha dovuto arretrare in modo visibile, pesando sui listini.

Perciò in USA, l’indice principale SP500 ha segnato il passo nella prima metà della sua seduta, trascorsa sott’acqua e con una perdita che è arrivata a segnare anche -1%. Ha così restituito praticamente tutto il forte balzo dell’ultima mezz’ora di venerdì scorso, che francamente pareva  motivato da forzature rialziste pre-weekend. Ed ha anche frenato un po’ la voglia di rialzo europea. Così gli indici dell’Eurozona hanno chiuso con poche variazioni una seduta che li ha ingessati intorno alla parità.

Ma la seconda parte della seduta americana è sembrata dissipare molti dei timori ed ha riportato l’indice a contatto con il massimo storico. Un paio di volte, alle 19,30 circa ed alle 21,30, il principale indice USA è addirittura arrivato a soli 3 punti dal massimo storico, anche se l’ultima mezz’ora ha riportato un po’ di cautela, con la chiusura praticamente invariata rispetto a venerdì (-0,09%).

Performance simile anche per il tecnologico Nasdaq100, che tuttavia naviga ancora sotto quota 13.000 e ben lontano (il 6,5% per la precisione) dal suo massimo storico di 13.880. Per questo indice la svolta euforica arriverà solo al superamento del forte ostacolo psicologico di quota 13.300 punti, che già 3 volte nelle ultime settimane ha respinto il tentativo di recupero dell’indice tecnologico.

Nel rinviare quindi ad oggi la verifica della forza rialzista del mercato americano, segnalo qualche altra tessera del puzzle, oltre alla tecnologia, che non sembra ancora aver trovato il giusto posizionamento per completare il quadro roseo.

La prima riguarda i Treasury Bond, con le vendite che sono ripartite, il che fa pensare che il fondo liquidato ne fosse anche abbastanza provvisto. Il rendimento del decennale USA si è perciò nuovamente rialzato. Ieri ha riavvicinato ed oggi potrebbe superare quel livello di 1,75% che il 17 marzo spaventò i mercati e causò qualche seduta correttiva sull’azionario.

Poi desta perplessità il dollaro, che prosegue il suo rafforzamento contro le altre divise e ieri ha ricacciato l’Euro ben al di sotto di quota 1,18. Si sa che la forza del dollaro non aiuta l’azionario.

La terza divergenza riguarda le small cap americane, che accusano un momento di debolezza (ieri hanno fatto -2,64% col loro indice Russell2000) che stride parecchio con la voglia di massimi dell’indice principale.

Certo, queste che ho evidenziato sono solo divergenze. Possono trovare in fretta sistemazione se la serenità tornerà a dipingere il volto degli operatori e la brutta scena del fallimento del fondo Archegos verrà dimenticata.

Ma bastano per indurci a non dare per scontata un’euforia che ieri ha avuto una battuta d’arresto.

 

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online