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Brasile al voto, Lula favorito ma c’è l’incognita dei militari

Image from askanews web site
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Roma, 27 set. (askanews) - Luiz inacio Lula contro Jair Bolsonaro: il primo turno delle presidenziali brasiliane del 2 ottobre è indice di una polarizzazione sempre crescente in un Paese diviso fra una destra che cerca di consolidare il "golpe bianco" ai danni dello stesso Lula prima e di Dilma Rousseff dopo, e una sinistra che - con in sella un candidato di nuovo credibile - vuole riconquistare il potere.

I sondaggi al momento parlano chiaro: Lula ha un vantaggio di circa 12 punti e potrebbe non aver bisogno del ballottaggio - una situazione che di certo eviterebbe ulteriori scontri e polemiche in vista di un ballottaggio il cui esito sarebbe incerto non tanto per le percentuali, quanto per l'eventuale reazione di Bolsonaro e delle forze armate.

Per la prima volta dal ritorno della democrazia infatti un Presidente brasiliano ha affermato di non voler riconoscere un eventuale risultato negativo, sulla scia di quanto aveva fatto Donald Trump - per Bolsonaro un modello da seguire - negli Stati Uniti: e il timore è che possano scatenarsi disordini analoghi.

Non a caso Bolsonaro si è detto più volte nostalgico della dittatura militare e ha incaricato addirittura l'esercito di condurre un conteggi dei voti parallelo - che la Corte Suprema ha già bocciato, ma preoccupata al punto da vietare l'acquisto e il porto d'armi il giorno delle elezioni.

Al di là delle dichiarazioni bellicose, entrambi i candidati si sono sforzati di raccogliere qualche voto in più dal bacino elettorale della controparte: Bolsonaro negli ultimi sei mesi ha aumentato i sussidi per le famiglie povere, mentre Lula ha candidato come suo vice un ex rivale conservatore, Geraldo Alckmin.

I sondaggi al momento danno ragione a Lula: è accreditato di un massimo del 47% delle intenzioni di voto (contro il 33% di Bolsonaro) che considerando gli astenuti, le schede nulle e il margine di errore potrebbe tradursi in un 51%; il terzo incomodo, Ciro Gomes (centrosinistra, quindi potenzialmente più vicino al Partito dei Lavoratori di Lula) ha appena il 10%.

Per l'ex Presidente - che molti identificano con l'epoca d'oro della democrazia, in cui molti brasiliani uscirono dalla povertà grazie a una generosa politica di sussidi e programmi sociali - si tratta comunque di una vittoria: condannato per corruzione, ha scontato 19 mesi di carcere (senza potersi candidare alle scorse presidenziali, dove era dato per favorito) si è visto annullare la pena per delle irregolarità nel processo condotto dal giudice Segio Moro, successivamente titolare della Giustizia sotto Bolsonaro.

Chiunque vinca, dovrà farsi carico di una situazione pesante: al di là degli effetti della pandemia - che in Brasile ha fatto 680mila morti, complice anche la politica negazionista di Bolsonaro - la crisi economica ha fatto sì che circa metà della popolazione sia sotto la soglia della povertà o pericolosamente vicina.

Il miracolo economico di cui Lula fu protagonista infatti avvenne in un contesto ben diverso: un'epoca di boom e di alti prezzi delle materie prime di cui il Brasile era un produttore: già all'epoca di Dilma la situazione era peggiorata e con Bolsonaro la destra ha governato esclusivamente per il suo elettorato, vale a dire le fasce più abbienti; ma adesso una politica così miope rischia di provocare disordini sociali.

La grande incognita rimane il comportamento delle forze armate: l'esercito non ha mai troppo gradito la propaganda filogolpista di Bolsonaro, né ha fatto trasparire inclinazioni in questo senso: ma se veramente la situazione dell'ordine pubblico dovesse precipitare potrebbe essere tentato dall'intervenire, una situazione tutt'altro che inedita nella storia sudamericana.