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Brexit: arrivano le previsioni di una catastrofe economica

Francesco Simoncelli
 

Il titolo è inequivocabile: "Brexit Is Done: The UK Has Left the European Union". Il 31 gennaio è stata applicata la Legge dell'Unione Europea del 2018 sulla dipartita di uno stato membro e il Regno Unito ha iniziato il processo di uscita dall'Unione Europea. Tale processo continuerà per tutto il 2020, mentre i governi di Regno Unito ed UE negozieranno la natura delle loro relazioni future.

Ora che l'uscita britannica dall'Unione Europea è una realtà a tutti gli effetti, la situazione economica nel Regno Unito è sorprendentemente tranquilla.

Questa sarà una sorpresa per coloro che credevano in quegli esperti (economisti e commercialisti) che annunciavano una paralisi economica del Regno Unito in caso di Brexit effettiva.

Eppure non abbiamo assistito ad alcun tumulto economico. Certamente i mercati e le società si sono mosse per adattarsi alla nuova realtà, in gran parte al di fuori del mercato comune dell'UE, ciononostante è da scartare che il Paese sia in bilico sul bordo di un disastro economico causato dalla Brexit.

Previsioni di catastrofe

Non doveva andare così.

Gli oppositori di un'uscita britannica, compresi burocrati, economisti e commercialisti, insistevano sul fatto che non solo l'eventuale uscita sarebbe stata disastrosa per l'economia del Regno Unito, ma che anche l'incertezza del mercato associata ad essa avrebbe paralizzato l'economia britannica.

Ad esempio, il Ministero del Tesoro del Regno Unito ha pubblicato una relazione nel maggio 2016 affermando:

Un voto per l'uscita provocherebbe un profondo shock economico, creando instabilità e incertezza che sarebbero aggravate dai negoziati complessi e interdipendenti che ne seguiranno. La conclusione dell'analisi è che l'effetto di questo profondo shock spingerebbe il Regno Unito in recessione e comproterebbe un forte aumento della disoccupazione.

Secondo la relazione sopraccitata, questo disastro economico non richiedeva nemmeno un'uscita completa dall'UE. Il semplice atto di voto a favore dell'abbandono avrebbe innescato enormi problemi economici.

Nel frattempo l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) in una relazione dell'aprile 2016 prevedeva che la Brexit sarebbe costata alla Gran Bretagna l'equivalente di oltre tremila sterline a famiglia e "avrebbe rappresentato un grave shock negativo per l'economia del Regno Unito, con ripercussioni nel resto dell'OCSE".

Analisi più sfumate hanno discusso gli effetti di una "Brexit" no-deal rispetto ad una Brexit più "soft". Ma in vista delle elezioni, e negli anni seguenti, il messaggio era chiaro: la Brexit renderà la Gran Bretagna significativamente più povera.

Tuttavia, investitori, imprenditori e consumatori non sembrano essere stati convinti che gli ostacoli al commercio internazionale posti da una Brexit sarebbero stati sufficienti a mandare in recessione l'economia del Regno Unito. Gli investitori non hanno abbandonato le opportunità di investimento nel Regno Unito e gli imprenditori hanno scartato l'idea di un un onere tariffario schiacciante. Anche se l'UE insiste, il Regno Unito ha altri importanti partner commerciali. Infatti il Telegraph ha scritto: "La forza dell'economia britannica sta sfidando le previsioni del destino post-Brexit"; Bloomberg scrive che, nonostante le previsioni di enormi perdite nel settore finanziario, "sin dal referendum Londra ha esteso la sua leadership nel mercato dei cambi esteri e dei derivati ​​sui tassi d'interesse". Il Telegraph ha anche fatto notare che, man mano che la Brexit si avvicinava, le assunzioni sono aumentate e la crescita economica, misurata con i metodi abituali degli economisti, è aumentata.

I “costi di transazione” vanno oltre le barriere commerciali

L'affermazione secondo cui la Brexit avrebbe reso tutti più poveri era basata sull'ossessione che avrebbe fatto salire i cosiddetti "costi di transazione" per le imprese britanniche in termini di dazi e altri ostacoli alla libera circolazione di lavoro e merci. L'ipotesi affermava che gli affari con il Continente fossero semplificati e sostanzialmente privi di attriti, mentre l'uscita dall'UE avrebbe sollevato molte nuove barriere.

Questo è un argomento comune tra economisti e politici che favoriscono una maggiore razionalizzazione del commercio e della migrazione attraverso accordi internazionali.

Minimizzare i costi di transazione è sempre una buona cosa, a parità di condizioni. È positivo quando il commercio aumenta e quando i Paesi, e gli individui al loro interno, sono in grado di trarre vantaggio dalla divisione del lavoro. È anche positivo quando i consumatori e gli imprenditori possono scegliere autonomamente quali prodotti desiderano acquistare e da dove.

Ma il problema con l'integrazione economica dell'UE è che tende a portare anche una integrazione politica.

Pertanto l'integrazione economica è seguita da una serie di stringhe collegate sotto forma di gestione burocratica dall'alto. Tale gestione è stata estesa nel corso del tempo e gli oneri normativi ad essa associata sono opprimenti.

Ralph Peters alla Hoover Institution definisce l'UE come "un mostro burocratico" che interferisce assurdamente con "le strutture della vita quotidiana".

Peggio ancora, cercare di ridurre questo onere burocratico è estremamente difficile per ogni singolo membro dell'UE. Qualsiasi modifica significativa agli editti burocratici in tutta Europa richiede un enorme sforzo per ottenere sostegno dagli altri stati membri e per far avanzare le riforme. Il fardello imposto sulle piccole imprese e sugli imprenditori è particolarmente dannoso. Come ha osservato Peter Chapman su Politico "l'antipatia dell'UE nei confronti degli imprenditori rimane un enorme ostacolo" al miglioramento economico. Sebbene i vantaggi apparenti dell'adesione all'UE possano essere evidenti in termini di barriere commerciali ridotte, i benefici netti sono molto meno per coloro che sono consapevoli del costo reale della burocrazia dell'UE. Non solo l'adesione all'UE comporta costi di transazione elevati in termini di normative aggiuntive, ma la natura delle istituzioni non elette dell'UE ha reso la burocrazia meno reattiva, meno flessibile e più permanente. Questo di per sé è un onere aggiuntivo al di là delle normative stesse.

Alcuni commentatori anti-Brexit hanno detto che la Brexit non porta automaticamente ad un sollievo dagli oneri normativi. Questo è certamente vero, ma tutto ciò significa che gli imprenditori ed i consumatori britannici stanno puntando sull'idea che intanto si scrolleranno di dosso i provvedimenti normativi europei e che il costo del commercio internazionale non salirà a livelli paralizzanti. Ma significa anche che se i politici britannici vogliono cambiare o ridurre questi oneri burocratici, non devono recarsi a Bruxelles per farlo. In altre parole, il settore privato sembra avere una visione a lungo termine, mentre gli esperti anti-Brexit sono ossessionati dal futuro a breve.

Quindi coloro che prevedono un vantaggio economico sulla scia della Brexit non sono ottimisti a vuoto. Come sottolienato da numerosi commentatori pro-Brexit, le relazioni commerciali del Regno Unito sono globali e non dipendono solo da condizioni favorevoli con il blocco dell'UE. Anzi l'adesione all'UE ha limitato gli scambi del Regno Unito con il mondo esterno. La Cina e l'Asia orientale stanno rapidamente diventando più importanti per una strategia commerciale globale rispetto all'UE e ciò vale anche per i principali Paesi dell'UE come la Germania. Inoltre, nel caso in cui coalizioni politiche di imprenditori, contribuenti e consumatori cerchino un rimedio normativo, avranno maggiori possibilità e capacità di cercare un cambiamento a Londra piuttosto che a Bruxelles.

Gli economisti non possono prevedere il futuro

Quindi cosa succede adesso?

Certo, il fatto che finora non ci sia stata una grave crisi economica sulla scia della Brexit non significa che non possa accadere. Ma poi di nuovo, anche se l'economia del Regno Unito finisse in recessione, quanto di tutto ciò potrebbe essere attribuibile alla Brexit? I cicli di boom/bust sono ancora una realtà e possono essere innescati da molti fattori.

Ma c'è una cosa che sappiamo: gli stessi "esperti" che hanno predetto il caos economico a seguito di un voto di uscita, difficilmente prevederanno con precisione eventuali effetti della Brexit.

Infatti la complessità dei cambiamenti futuri nel panorama legale, politico e internazionale è tale che qualsiasi economista responsabile dovrebbe ammettere che non sa cosa accadrà.

In un articolo intitolato "Mission Impossible: Calculating the Economic Costs of Brexit", Roch Dunin-Wasowicz della London School of Economics scrive:

È un dato di fatto, stimare i costi che circondano un evento stocastico futuro (o rottura strutturale) è facile come prevedere il tempo dell'anno prossimo. I matematici finanziari conoscono la questione meglio di chiunque altro. Considerando che in precedenza nessuno è mai uscito dall'Unione Europea (né in alcuna area economica altamente integrata), la stima dei costi completi non è possibile. I tentativi che sono stati fatti prima del referendum hanno coinvolto molte ipotesi, comprese solide premesse per quanto riguarda la reazione delle altre economie e dei partner commerciali all'interno dell'UE e oltre. Inoltre la questione coinvolge una moltitudine di aspetti al di là di quelli strettamente legati al commercio, come produttività e vantaggio competitivo, mobilità del lavoro, istruzione, complementarietà transfrontaliera, interdipendenza macroeconomica, allineamenti delle politiche (macroeconomiche), interdipendenz Autore: Francesco Simoncelli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online