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Brusco cambio di stagione

Pierluigi Gerbino
 

Nei giorni scorsi ho manifestato a più riprese un certo scetticismo sulla salute un po’ “artificiosa” degli indici azionari, che hanno chiuso il terzo trimestre dell’anno sui massimi annuali (Eurostoxx50 ed altri europei) o a pochissima distanza dai massimi storici (quelli americani). Una forza che stride decisamente con la misurazione della salute dell’economia globale, che viaggia verso una recessione che in alcune aree bussa già alla porta ed in altre si sta avvicinando a grandi falcate. In contrasto anche con le questioni geopolitiche aperte (guerra commerciale, tensioni medio-orientali, Brexit, impeachment su Trump sono le principali ma non le uniche), che incombono sul futuro immediato.

Avevo adombrato il sospetto che i mercati snobbassero questi elementi critici non per l’incapacità di vederli, ma per l’interessata preferenza a continuare il sogno rialzista fino alla fine di settembre, a cui si è aggrappata l’industria del risparmio gestito, al fine di presentare risultati di portafoglio smaglianti sui rendiconti trimestrali che in ottobre verranno inviati alla clientela.

Ho chiuso il commento di ieri con la frase: “Al buon senso resta, in questo ultimo scorcio di 2019, il compito di ridurre il divario tra realtà e percezione, che da sei mesi è tornato ad essere enorme come lo scorso anno”.

Ad essere sincero, però, non mi aspettavo che il buon senso si mettesse al lavoro con buona lena fin dal primo giorno di ottobre. Invece così è stato e ieri abbiamo toccato con mano che, quando non c’è la manina dei manipolatori che interviene a “orientare” le reazioni dei mercati, questi riescono ad esprimere movimenti compatibili con i messaggi che l’economia invia.

Ieri ad imprimere la svolta meteorologica ai listini, con un brusco cambio di stagione, sono stati gli indici PMI in Europa e l’analogo ISM in USA. Più il secondo che i primi, dato che i vari PMI europei definitivi hanno semplicemente confermato i brutti dati arrivati dalla rilevazione flash di una settimana fa. Allora la sorpresa negativa contribuì appena a placare l’entusiasmo rialzista di settembre con una mini-correzione di tre sedute, completamente recuperata dalle tre successive.

Evidentemente non c’era ancora il “nulla osta” al buon senso da parte delle mani forti, che dovevano chiudere il mese di settembre ed il terzo trimestre del 2019 sui massimi.

Ieri però il calendario segnava 1 ottobre ed alla negatività dell’economia europea si è aggiunta, nel pomeriggio, anche la botta di realismo proveniente dall’indice dei direttori d’acquisto americani ISM manifatturiero, considerato un buon indice anticipatore del ciclo economico, poiché misura le aspettative future dei manager delle grandi imprese industriali. Questo dato in agosto inviò già un lugubre presagio, scendendo per la prima volta dal 2016 a 49,1, al di sotto dello spartiacque di 50, che separa le attese di crescita da quelle di contrazione dell’economia.

Ma i mercati, come sappiamo, decisero di snobbare il segnale, andando a prendere ottimismo dal fatto che l’indice del comparto servizi era ancora ben al di sopra di 50 e che un corvo non significa necessariamente l’arrivo dell’inverno. Del resto 10 anni consecutivi di clima tropicale non predispongono certo ad attrezzarsi contro i rigori dell’inverno. Anzi, abbondano le teorie che sostengono l’estinzione dell’inverno dal calendario delle borse, grazie ai venti caldi e le temperature piacevoli garantite dalla generosità delle banche centrali.

Ebbene, ieri è arrivato un altro brutto corvaccio nero, dato che, nonostante le previsioni ottimistiche di un ritorno sopra 50 fatte dagli analisti prezzolati, l’indice relativo a settembre è crollato a 47,8, segnando il record negativo dopo la crisi del 2008-2009.

Se i numeri hanno un significato, occorre ragionare sul fatto che l’economia USA, secondo i manager industriali, si trova oggi in una condizione peggiore rispetto a tutte le fasi di debolezza attraversate nell’ultimo decennio. Ad accendere la spia rossa è anche l’analisi disaggregata delle componenti dell’indice: sono pesanti sia le previsioni sui nuovi ordini (47,3) che quelle sull’occupazione (46,3), mentre i prezzi rimbalzano verso quota 50 (49,7 dal precedete 46), a dimostrazione che la FED non potrà usare la motivazione della inflazione troppo bassa per tagliare i tassi.

A questo punto si comincia ad attendere con una certa apprensione il dato del settore non manifatturiero, che arriverà domani. Ad agosto è stato 56,4 e gli analisti si attendono 55,1.

Ieri, senza il paracadute delle mani forti, gli indici USA, che avevano aperto la seduta abbastanza tonici, alle 16 hanno immediatamente percepito la gravità del dato e preso la via del ribasso, continuando per il resto della seduta. Alla fine il risultato è stato per SP500 un -1,23% a quota 2.940. Di significativo non c’è soltanto il segnale ribassista che la candela di ieri ci consegna (bearish engulfing), ma anche la rottura di quell’area intorno a 2.960, che in settembre era riuscita innumerevoli volte a contenere le perplessità dei venditori e mantenere l’indice a poca distanza dai massimi storici. Il movimento di ieri ha chiuso il gap lasciato aperto il 5 settembre, quando l’indice ruppe al rialzo il trading range di agosto e spiccò il volo verso i massimi, ed ha anche violato al ribasso la media a 50 periodi. Data la volatilità piuttosto ristretta che lo caratterizzava prima di ieri, le probabilità che nasca un movimento ribassista impulsivo non sono poche. In tal caso l’obiettivo potrebbe essere innanzitutto il ritorno in area 2.840, che ha fatto da supporto alla scivolata di inizio agosto. Poi si vedrà.

Quando Wall Street detta la linea le borse europee si adeguano. Eurostoxx50 ha dimenticato l’euforia di settembre ed ha ripiegato in modo molto significativo (-1,43%), consegnandoci una barra outside di inversione ribassista che dovrebbe condurre al test di 3.480, sotto il quale la correzione verrebbe confermata e potrebbe diventare impulsiva.

I prossimi giorni ci diranno se veramente siamo passati dall’estate all’autunno.

 

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online