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Bruxelles ammette: l'austerity fa male

Claudio Paudice
·4 minuto per la lettura
(Photo: Thierry Monasse via Getty Images)
(Photo: Thierry Monasse via Getty Images)

L’ammissione è tra le righe e comunque tardiva. Ma da Bruxelles arrivano segnali di una crescente consapevolezza degli errori del passato in tema di austerità fiscale e quindi dell’intenzione di non volerli reiterare. Il vicepresidente esecutivo della Commissione Ue Valdis Dombrovskis ha detto al Financial Times che le vecchie regole di bilancio note come Patto di Stabilità e Crescita (Psc) non torneranno in vigore prima del 2022. Una decisione abbastanza scontata, vista l’incertezza legata non solo alla ripresa economica ma pure a timori di possibili seconde ondate e quindi di un ritorno dello shutdown. La novità annunciata da Dombrovskis sta nella revisione di alcuni controversi parametri tecnici, sconosciuti ai più ma alla base delle strette di bilancio spesso e volentieri richieste da Bruxelles agli Stati membri, soprattutto a cavallo della crisi del debito. Come, d’altronde, ha dichiarato il Commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni al Corriere: “Nella crisi precedente abbiamo avuto una doppia recessione perché abbiamo perseguito una stretta di bilancio troppo presto. La Commissione terrà conto dell’importanza di evitare lo stesso errore”.

Com’è noto, il Patto è la cornice dei regolamenti europei che definiscono la disciplina fiscale da rispettare per tenere, come dicono a Bruxelles, i conti in ordine, pena una procedura per disavanzo eccessivo. E quindi, tra le altre cose, un deficit al di sotto del 3% e un debito pubblico sotto al 60%. Il 23 marzo scorso, in piena crisi sanitaria Covid, la Commissione ha attivato la clausola di sospensione del Patto di Stabilità e ora ha fatto intuire che non intende revocarla prima del 2022. Nel frattempo, si sta ragionando già da febbraio ad alcune correzioni, e in particolare sul parametro dell’output gap, che misura la differenza tra la produzione effettiva e la produzione potenziale stimata in un determinato momento. In sintesi, è un indicatore che serve a definire quanta spesa pubblica si può fare e quanta “correzione strutturale” è invece necessaria.

Il modo in cui viene calcolato questo parametro è da tempo oggetto di contestazione da parte di economisti ma pure da Paesi che si considerano penalizzati. Un nome su tutti? L’Italia. Come scrive l’economista del Vienna Institute for International Economic Studies Philipp Heimberger, il modello di output potenziale della Commissione europea rappresenta la spina dorsale tecnica della sorveglianza fiscale Ue, e sulla base di questo modello vengono controllati e valutati obiettivi di bilancio e vengono stilate le famose raccomandazioni. Raccomandazioni che per l’Italia si traducono, prima di ogni cosa, nella “richiesta” di un aggiustamento strutturale annuo dello 0,6% del Pil.

Ora queste regolette alla base dei vincoli fiscali, da tempo considerate difficilmente osservabili e fin troppo variabili, sono sotto revisione. Dombrovskis - che in passato non ha esitato a interpretare il ruolo di falco chiedendo tagli fiscali sempre maggiori - ha affermato che “sembra emergere un consenso” per abbandonarle sulla base del fatto che sono eccessivamente complesse, volatili e difficili da applicare in una crisi. Ammissione un po’ tardiva visto che l’evidenza scientifica ha già dimostrato come abbiano scoraggiato politiche economiche anti-cicliche.

Non a caso l’ex vicepresidente della Bce Vitor Constancio ha scritto su twitter che “dobbiamo prepararci a un duro dibattito sulla necessaria revisione delle norme fiscali europee. Dobbiamo raggiungere un migliore equilibrio tra il suo ruolo cruciale anticiclico a breve termine e una stabilizzazione del debito a lungo termine compatibile con una stagnazione secolare e un regime di bassa inflazione”.

Una base di partenza, citata anche dalla Commissione, è la proposta di revisione del Patto di Stabilità avanzata dall’European Fiscal Board, un gruppo di esperti incaricato di monitorare l’attuazione delle regole, che tra le altre cose prevede l’introduzione della famosa golden rule per lo scorporo degli investimenti dal calcolo del deficit. Ma, sul piano delle regole, il cuore della proposta sta nel fare piazza pulita di tutti di tutti i parametri su deficit e aggiustamenti vari e nel legare tutto soltanto al debito pubblico. Il dibattito è solo all’inizio, tuttavia un dato è certo: anche nella proposta dell’EFB il metodo di calcolo del reddito potenziale (output gap) viene sostanzialmente riscritto.

È l’ennesima prova che per anni sono state applicate ai Paesi Ue ricette fiscali basate su parametri che oggi gli esperti considerano sballati. Nei fatti si sono rivelate utili ad auto-alimentare scenari pessimistici durante la crisi dell’euro, “riducendo lo spazio fiscale proprio nei momenti in cui ne serviva di più”, ha commentato via twitter l’economista Heimberger che, a supporto, ha fornito alcune proposte, anche di diversi anni fa, su ipotetiche modifiche. Temi su cui si discute da anni ma che forse ora è il momento di affrontare per un’unica ragione: se torna il Patto di Stabilità nell’epoca post-Covid, saranno dolori.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.