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C’è voglia di record, ma anche confusione

Pierluigi Gerbino
 

La perplessità dei mercati sul comportamento della FED, che già si era manifestata a caldo, bloccandone la reazione nelle ultime fasi della seduta americana di mercoledì, ieri è rimasta ad aleggiare sui mercati ed ha neutralizzato la voglia di record che i mercati manifestano sottovoce, ingolositi dalla possibilità, ormai a portata di mano, di chiudere il terzo trimestre con Wall Street ai massimi storici. Sarebbe una cuccagna per il risparmio gestito, che vedrebbe quasi blindata la performance positiva a fine anno sia per il comparto azionario che per quello obbligazionario, e potrebbe presentarsi ai clienti con un’annata da incorniciare, che faccia dimenticare il brutto 2018, quando quasi tutte le asset class terminarono in negativo.

Ma la voglia di salire è contrastata dalla difficile lettura delle mosse di Powell, che mercoledì ha concesso il minimo sindacale delle ampie aspettative di accomodamento monetario desiderate dai mercati e pretese da Trump. Il silenzio del Presidente USA sulle mosse di Powell non mi pare che rifletta soddisfazione, ma sembra dovuto al fatto che la sua attenzione ora è rivolta al Medio-Oriente, dove deve maneggiare, evitando di bruciarsi, la patata bollente delle ostilità al limite dello scontro bellico tra Iran e Arabia Saudita.

I mercati, constatando la cautela di Powell e l’assenza di promesse di generosità futura, più che pensare a festeggiare, debbono digerire senza correggere troppo la differenza tra le loro aspettative, già incorporate nei prezzi, e le concessioni reali assai inferiori fatte dalla FED.

Ieri comunque l’indice USA SP500, condizionato dalla miglior propensione alla festa che si è notata sui listini europei, che invece sono stati ampiamente accontentati dalle misure accomodanti che Draghi ha promesso la scorsa settimana a nome di Lagarde, ha tentato nelle battute iniziali di portarsi a contatto con i massimi storici, che risalgono al 26 luglio scorso a quota 3.028, ma ha fermato la sua corsa a 6 punti di distanza, per poi mettere la retromarcia e chiudere la seduta in perfetta parità a 3.007.

Le borse europee, come ho già accennato, hanno invece approfittato della verve del settore bancario, che il mercato vede premiato dalle misure di Draghi, specialmente dal Tiering, che praticamente annulla l’effetto sui bilanci del taglio dei tassi a -0,5% sui depositi presso la BCE che ospitano il denaro inutilizzato dalle banche. La seduta europea ha visto Eurostoxx50 mettere a segno la terza seduta positiva consecutiva e tornare sui massimi della scorsa settimana, digerendo completamente la mini correzione di lunedì scorso.

La rottura dei massimi di quest’anno per i mercati europei e di quelli storici per i principali indici americani resta comunque abbastanza probabile per i prossimi giorni, se non interverranno eventi in grado di spaventare. Anche perché mi aspetto i soliti spot pubblicitari dell’entourage di Trump sulla ripresa delle trattative con la Cina, che sono ormai a distanza di pochi giorni.

Due possono essere gli elementi destabilizzanti: un surriscaldamento improvviso del confronto tra Arabia e Iran, che al momento si è riusciti a fatica a mantenere abbastanza freddo, e lo scoprire che sotto la strana e rara crisi di liquidità a brevissima scadenza del settore bancario USA c’è qualche grossa insolvenza imminente. 

Su questo ultimo tema, un po’ tecnico, che cosa sta succedendo è presto raccontato. Sono 3 giorni consecutivi che la FED immette 75 miliardi di dollari di denaro fresco nel circuito interbancario per fronteggiare una richiesta anomala, che ha fatto schizzare il tasso overnight ben al di sopra del tasso ufficiale sui Fed Fund. Non si capisce bene il motivo di questa improvvisa necessità di liquidità d’emergenza, dovuta al fatto che le banche tra loro non si prestano più le riserve eccedenti come prima. La motivazione ufficiale non c’è, ma si sussurra che sia perché in questi giorni c’è una necessità straordinaria per il pagamento delle tasse. Ma non mi convince.

Dato che l’ultima volta che successe una cosa simile fu nel 2008, poco prima che fallisse Lehman Brothers, viene spontaneo chiedersi se magari il sistema non stia annusando qualche grossa insolvenza e sia improvvisamente diventato tirchio a prestare proprio per questo motivo.

Questa volta non sembra che ci sia nulla di anomalo, ma a noi italiani l’indimenticabile Senatore Andreotti spiegò che a pensare male si fa peccato, ma si azzecca quasi sempre.

Se la FED fosse un po’ più propensa a spiegare che cosa sta succedendo non sarebbe una cattiva idea.

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online