Cambio dell’operatore telefonico fisso e costi illegittimi, come difendersi. Intervista ad Altroconsumo

Le liberalizzazioni del 2007 vietano i contributi di disattivazione che ostacolano i recessi: la lotta di Altroconsumo a tutela dei consumatori è cominciata con i ricorsi all’Agcom

Si fa presto a dire che in Italia il mercato è rigido e si liberalizza poco. In realtà, come dimostra la denuncia di Altroconsumo ad Agcom (Autorità garante delle comunicazioni), contro 6 compagnie telefoniche (Fastweb, Infostrada, Telecom, Teletù, Tiscali e Vodafone) che continuano a imporre i contributi di disattivazione ostacolando i recessi, la legge spesso c’è ma viene aggirata.

Per agevolare la concorrenza nel settore, dal 2007 le penali per la disattivazione delle linee sono state abolite ma nei fatti per recedere da un contratto telefonico e passare a un altro operatore si paga da “un minimo di 30” a oltre “100 euro”.

La penale spesso si maschera in fattura sotto una dicitura diversa: importo per dismissione; costo per attività di migrazione; costo disattivazione linea; contributo disattivazione; corrispettivo recesso anticipato/ disattivazioni anticipate. Una pratica scorretta, soprattutto laddove non si informa adeguatamente il consumatore, che, seppur fosse tenuto a pagare, ha diritto a farlo con una cifra congrua.

Ventimila segnalazioni
, quelle ricevute dall’associazione dei consumatori, sono un ottimo banco di prova, ma lo scontro non è solo con le compagnie, ma con la stessa Agcom che non avrebbe controllato la giustificatezza dei costi di risarcimento che gli operatori possono far pagare ma solo in maniera equivalente a quelli subiti per la procedura.

Secondo quanto riporta Repubblica.it, la direzione tutela dei consumatori di Agcom smentisce, però, di non aver fatto la verifica.  "Abbiamo verificato, i costi sono esatti”, la replica del garante. Yahoo! Finanza ha intervistato, per capire meglio dove nasce la frattura fra norma e prassi, l’avvocato Marco Pierani, avvocato e responsabile dei rapporti istituzionali di Altroconsumo.


Dal 2007 le penali per la disattivazione delle linee sono state abolite: quali sono i margini in cui è stato possibile, per gli operatori, disattendere il provvedimento?
"Gli operatori si sono infilati nello spazio che era permesso dalla legge: il decreto Bersani 2007, che abolisce di fatto le penali ma tuttavia lascia uno spazio agli operatori per recuperare i costi giustificati per il recesso o la disattivazione della linea. In questo senso, successivamente, sempre nel 2007, l’Agcom, l’autorità che era stata intitolata ad avere competenza per verificare l’implementazione della normativa, aveva emesso linee guida, giuste secondo noi, con cui si riservava di entrare nel merito della congruità dei costi comunicati dagli operatori. Quindi, non solo la verifica che i costi indicati rientrassero nella fattispecie di quelli commerciali, ma anche che le voci fossero congrue come ammontare".

Cosa è successo?
"Di fatto le penali hanno cambiato nome ma gli operatori si sono sentiti liberi, in maniera diversa l’uno dall’altro, di mantenere i costi prendendosi il margine che ognuno voleva. Una cosa contraria al diritto dei consumatori ma anche al beneficio della concorrenza".

A quanto ammonta l’interesse maturato dalle compagnie che hanno usato questa pratica?
"Dipende; parliamo del margine di interesse di guadagno o del margine di interesse nel ridurre la concorrenza? Sono due problemi diversi. E’ difficile calcolare quanto i consumatori abbiano speso impropriamente: forse lo potrebbe dire l’autorità moltiplicando il numero di coloro che hanno fatto lo switching negli ultimi cinque anni per una voce di costo medio. Cinque anni fa, comunque, era abbastanza ridotto il numero di coloro che commutavano; oggi, i consumatori sono più “intelligenti” e sanno valutare meglio le offerte. In termine di concorrenza, questo atteggiamento ha creato un mancato beneficio non solo ai consumatori ma all’intero mercato, in particolar modo quello della telefonia fissa, poiché la pratica di far pagare il passaggio è decaduta nell’ambito del “mobile”".

Quali tempi si prevedono per i ricorsi?

"E’ una bella domanda da porre all’Agcom. I tempi sono abbastanza imprevedibili, i ricorsi si basano sulla normativa che investe le pratiche commerciali scorrette. Fino a poco fa, era l’Antitrust a gestire la parte di enforcement pubblico. Tuttavia, di recente, ai sensi di un Consiglio di Stato della scorsa e di un comma di un decreto governativo del governo Monti, la competenza nel settore telecomunicazioni per quanto riguarda le pratiche commerciali scorrette è passata all’Agcom. Da qui, l’invio dei primi ricorsi da parte nostra ad Agcom, non solo sui costi di disattivazione ma complessivamente sulle pratiche commerciali scorrette. E’ difficile prevedere quanto l’autorità si prenderà per decidere. Noi faremo pressione per risolvere questa annosa vicenda, ma soprattutto affinché l’autorità muti il suo approccio. Nell’ambito di un mercato parallelo, quello delle tv a pagamento, c’è una decisione, che infatti è richiamata nei nostri ricorsi, nei confronti di Sky in cui l’autorità è entrata nel merito dei costi. A seguito di quella decisione, i costi di recesso si sono ridotti. Si faccia altrettanto anche nel settore delle tlc: ad oggi non c’è una decisione simile, finale, pur essendoci un’attività di verifica". 

Il cittadino può agire anche privatamente per difendersi?

"Il cittadino, come nel caso del form messo a disposizione da Altroconsumo, può denunciare il caso alle autorità; ma ciò non porta alla risoluzione del singolo problema. Per risolvere il problema individualmente, si può fare un tentativo di conciliazione attraverso i Corecom, i comitati regionali per le comunicazioni legati ad Agcom, che intervengono laddove è possibile attuare una risoluzione alternativa all’andare in giudizio, o attraverso le associazioni dei consumatori che hanno accordi di conciliazione con gli operatori di telefonia. Tuttavia, nella fattispecie dei costi di disattivazione, data anche la posizione rigida degli operatori, al momento è molto difficile conciliare e ottenere risultati. Si dovrebbe avviare il tentativo di conciliazione, vista poi la mancata risoluzione, adire alle vie legali presentandosi al cospetto del giudice di pace".

Questa vicenda è tipicamente italiana oppure presenta analogie europee, data anche la diversità dei quadri normativi?
"L’italianità della situazione è data dal fatto che la nostra norma, quella del 2007, era all’avanguardia, e consentiva un beneficio al consumatore e al mercato. Quella parte della norma che consentiva all’operatore di recuperare i costi giustificati non lasciava un margine di interpretazione contraria. Il problema è stato risolto positivamente dall’Agcom attraverso la proposizione delle linee guida. Comparata ad altri paesi, la norma era di altissimo livello ma l’applicazione è stata negativa",

Cosa fare per ovviare? Serve un nuovo intervento normativo o basta fa rispettare la legge esistente?

Basterebbe applicare la norma esistente e le linee guida predisposte da Agcom. Quello che manca è che l’autorithy faccia il suo lavoro, e noi glielo abbiamo chiesto. Potrebbe essere scritto più chiaramente, ma secondo noi è già cosi, che i costi  sono giustificati e determinati dall’autorità che a quel punto dovrà dire se sono cinque euro, dieci euro o zero come hanno fatto in autonomia gli operatori del mobile, che poi sono gli stessi del fisso, in larga parte. Aspettiamo di vedere come si muove il mercato: vediamo se dopo la nostra denuncia gli operatori cominciano a riposizionarsi. Se avvenisse, sarebbe la prova provata che l’autorità non ha fatto una verifica effettiva sui costi congrui; se un operatore si riposiziona vuol dire che aveva precedentemente un margine su cui lucrava.