Canone Rai: perché si paga?

Era il 1938 e la radio era un lusso per pochi. Il canone Rai nacque in quegli anni, e costava 8 lire. Ecco la genesi di una delle tasse più odiate dagli italiani.

Non c’è legge più lungimirante di quella sul canone Rai. O meglio, quello che oggi è il canone Rai ma che nel 1938 era una tassa sulle “radioaudizioni”. Un regio decreto (R.D.L.21/02/1938 n.246) introdotto in un’Italia dove la televisione era un oggetto sperimentale, dove la radio era ancora un lusso e dove davanti all’apparecchio si mettevano più famiglie insieme, magari all’osteria o all’oratorio. Il servizio pubblico televisivo esisteva da soli quattro anni: a Torino, nel 1934, erano cominciate le prime prove di trasmissioni tv. Ma si devono aspettare altri vent’anni, il 3 gennaio 1954, per vedere Corrado in bianco e nero dare il via ufficiale alle trasmissioni Rai.

Il canone nacque per chi possedeva la radio, dunque. Anzi, per chi possedeva apparecchi “atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni”. Chissà cosa intendeva, il legislatore. Era l’epoca in cui oltre alla radio non c’era altro. Ma questa formula così vaga si è bene adattata a tutto, alla tv, ai computer, ai videotelefonini e pure al videocitofono di casa se di ultimissima generazione. La prima tassa costava 8 lire. Era l’anno in cui Carlo Innocenzi e Alessandro Soprani scrivevano il famoso ritornello “Se potessi avere mille lire al mese …” . E mille lire, allora, equivalevano circa a 860 euro di oggi, tanto per dare un’idea. Un tempo in cui erano ben lontane le auto con la radio a portata di tutti, tanto che si dovevano pagare due canoni distinti nel caso si possedessero apparecchi anche su una vettura, oltre che in casa. Chi aveva la radio, e poi la tv, poteva certo permettersi di pagare quel contributo nato per sovvenzionare il servizio pubblico, privo delle tante pubblicità di oggi, dalle funzioni di informazione e istruzione ancor prima che di intrattenimento. Non è un caso se l’unico Paese occidentale dove non c’è mai stato un canone televisivo sono gli Stati Uniti, dove la tv è nata subito commerciale e, quindi, si finanziava con gli spot.

Bar, osterie, oratori. I locali pubblici erano quelli dove, di fatto, si ascoltava la radio e si vedeva la tv. Il “canone speciale” è di vecchia data. Del resto, nei locali si andava proprio per questo e ogni utente era un consumatore. La tassa da pagare in questi casi era “speciale”, differenziato da quello per i privati: “Il canone di abbonamento dovuto per audizioni date in locali pubblici od aperti al pubblico, è stabilito in ragione di anno solare ed è determinato mediante speciali convenzioni di abbonamento con la Società concessionaria”, si legge nel decreto regio. Quello era anche l’anno dei Mondiali di calcio e non è difficile immaginare quanti andassero al bar della zona per ascoltare le imprese della nazionale, campione del mondo  in Francia grazie ai gol di Colaussi e Piola.

E per chi non pagava? C’era il sigillo. Niente solleciti, raccomandate o minacce. Arrivava a casa l’emissario, con tanto di sacco di iuta che veniva chiuso con un sigillo metallico fornito dal Ministero delle finanze. Negli anni il sacco di iuta è diventato di nylon, sempre meno utilizzato, ma che ha avuto anche il beneplacito della Corte di Strasburgo che nel 1999 ha dato ragione alle Fiamme gialle pronte a sigillare la tv di un vicentino che aveva disdetto l’abbonamento Rai pur avendo ancora l’apparecchio acceso in casa.