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Caso GameStop, Schroders: perché i ribassisti non sono i "cattivi"

Virgilio Chelli
·3 minuto per la lettura
Caso GameStop, Schroders: perché i ribassisti non sono i
Caso GameStop, Schroders: perché i ribassisti non sono i

Schroders analizza la pratica dello short selling anche dal punto di vista etico per giungere alla conclusione che la vendita allo scoperto ha una reputazione ingiustamente negativa

I media globali sono stati recentemente affascinati dalla battaglia tra trader privati e fondi hedge sul caso GameStop, accendendo i riflettori su una pratica da molti ritenuta controversa, vale a dire lo “short selling”, in italiano vendite allo scoperto. Le reazioni così negative attirate da questa pratica riflettono una reputazione ingiustamente negativa. Piuttosto che evitare lo short selling, gli investitori infatti, soprattutto quelli che hanno una mentalità più etica, dovrebbero assicurarsi di capire i suoi potenziali usi in una strategia e come chi la pratica intenda comportarsi. Può apportare benefici significativi, sia alla performance degli investimenti che agli standard di governance aziendale. Alcuni venditori allo scoperto sono immorali, ma la vendita allo scoperto in sé non lo è.

COME FUNZIONA LO SHORT

Lo sostiene Duncan Lamont, CFA, Head of Research and Analytics di Schroders, in un commento titolato "Il caso GameStop e l’etica dello short selling", in cui spiega che in pratica vendere allo scoperto significa prendere un titolo a prestito da un altro investitore e venderlo, nella speranza che il suo prezzo scenda, in modo da riacquistarlo a un prezzo inferiore. Il profitto o la perdita, che con lo short selling è comunque un rischio, consiste nella differenza tra il prezzo di vendita, più alto se l’operazione è coronata da successo, e quello del successivo acquisto. A questo punto il titolo torna al suo possessore iniziale, che riceve una fee per il disturbo.

UN AIUTO A GESTIRE IL RISCHIO

Una strategia progettata per generare valore quando un titolo cala potrebbe non sembrare molto responsabile, ma l’esperto di Schroders spiega che la realtà è più complessa. La vendita allo scoperto infatti può anche aiutare a gestire il rischio e contribuire all’efficienza del mercato. Inoltre non mina direttamente la salute di una società più di quanto l'acquisto delle azioni migliori i suoi fondamentali. Le aziende non vengono private di fondi quando gli investitori vendono, né diventano più forti quando comprano. Le questioni etiche sorgono quando gli investitori fanno ulteriori passi per influenzare la salute finanziaria e il valore delle aziende dopo aver comprato o venduto azioni.

STOCK PICKER AL CONTRARIO

Per valutare l'etica dello short selling, l’esperto di Schroders lo suddivide in quattro categorie. La prima è quella dello stock picking estremo, che cerca aziende sopravvalutate o con problemi strutturali e le shortano, ma in questo modo possono anche aiutare a bilanciare i prezzi sul mercato. Poi ci sono gli shorter attivisti, che cercano di forzare rendendo note le ragioni per cui credono che una società sia sopravvalutata. Sembra poco etico, ma da un certo punto di vista, è un approccio che può essere lodevole, perché accendere un faro sulle debolezze può forzare il management ad affrontarle.

FUNZIONE DI PROTEZIONE DA SHOCK

La terza categoria è fatta da chi usa lo short selling per controllare il rischio di portafoglio. Un esempio è acquistare un'azione in cui si crede ma allo stesso tempo mettersi short sull’intero mercato, riducendo volatilità e rischi di perdita. Semplice protezione da shock inattesi, come ad esempio la pandemia del 2020, che non solleva preoccupazioni etiche. L’ultimo gruppo comprende i trend follower che cercano di trarre profitto dalle tendenze dei mercati, con strategie di natura altamente quantitativa alimentate da potenti algoritmi. La natura di questi investitori è emotivamente distaccata e non possono essere accusati di tentare di far scendere i prezzi.