7 cause di fallimento delle aziende

Sette errori dei dirigenti che possono mettere in crisi le società

In un periodo di crisi finanziaria come quello che stiamo attraversando, i fallimenti di imponenti società sono sempre più frequenti. Spesso, oltre all’andamento del mercato, le responsabilità sono anche da attribuire alle scelte dei dirigenti. SydneyFinkelstein, docente presso il Dartmouth College, nel 2004 ha pubblicato un saggio, “Why Smart Executives Fail”, in cui vengono evidenziati i ‘sette peccati capitali’ che hanno accomunato manager di importanti aziende che sono fallite. Tra le più importanti vengono annoverate realtà come Enron, Tyco, WorldCom, Rubbermaid e Schwinn.

Il saggio di Finkelstein è più attuale che mai. Ecco quindi quali sono i sette peccati capitali dei manager che possono portare al fallimento di un'azienda.

  1. L’abitudine di considerare la propria società come la migliore in assoluto
    Si tratta di un comportamento particolarmente insidioso, poiché impedisce una visione lucida e lungimirante. I CEO di successo sono sempre pronti a mettere in discussione il proprio operato, giudicandolo costantemente migliorabile. Uno dei rischi principali nella gestione di un’azienda è quindi quello di restare vittima delle illusioni di onnipotenza.
  2. L’identificazione eccessiva con la proprie società, tale da rendere impossibile una distinzione tra gli interessi personali e quelli dell’azienda
    In apparenza potrebbe sembrare un atteggiamento proficuo. In realtà è un’abitudine estremamente nociva per ogni dirigente, in quanto impedisce di focalizzare quali sono i reali obiettivi della società e tutela soltanto le ambizioni individuali. In molti casi si finisce addirittura per utilizzare i fondi aziendali a fini personali.
  3. Ritenere di avere tutte le risposte pronte
    L’amministratore delegato che prende più decisioni in poco tempo è spesso considerato un manager dalla spiccata personalità. In realtà i dirigenti che elaborano le scelte troppo rapidamente peccano di superficialità e non sono in grado di cogliere le sfumature nei passaggi cruciali. Poiché si sentono troppo sicuri, sono inoltre poco inclini a trarre insegnamento dalle esperienze.
  4. Mettere a tacere chi la pensa diversamente
    Cercare di modificare i punti di vista differenti dal proprio in modo da ottenere decisioni unanimi, non rappresenta una virtù per un buon amministratore delegato. Il tentativo di annullare le opinioni divergenti priva infatti i manager della possibilità di accedere a un più ampio ventaglio di scelte e quindi di risolvere i problemi con miglior cognizione. Soffocare il dissenso serve soltanto a moltiplicare le difficoltà per l’azienda.
  5. Cura maniacale dell’immagine
    Uno sforzo ossessivo per risaltare agli occhi del pubblico e per conquistare riconoscimenti mediatici rischia di rendere un manager superficiale e inefficace. Sono numerosi i casi di amministratori che badano soltanto all’apparenza e che trascurano la sostanza. Pensare esclusivamente all’immagine impedisce di curare adeguatamente i dettagli e di ottenere risultati concreti. Esemplare è il caso dei dirigenti che non utilizzano i report finanziari come strumenti di controllo e analisi, ma solo come mero espediente promozionale.
  6. Sottovalutare le difficoltà
    Accade frequentemente che, una volta abbracciata una strategia, un amministratore delegato fatichi ad abbandonarla. La conseguenza è la mancanza di versatilità e quindi la difficoltà a focalizzare gli ostacoli, sottovalutando i rischi. Molti manager preferiscono non rivedere mai il proprio approccio per paura di mostrarsi deboli. Tuttavia il timore di ammettere un errore o di non essere all’altezza del compito li induce a insistere su decisioni che sin dal principio rivelavano il rischio di un fallimento.
  7. Affidarsi ostinatamente a ciò che ha già funzionato in passato
    Una volta che un modello si è affermato come vincente, i manager tendono ad adottarlo ripetutamente senza valutare le peculiarità di ogni situazione. Il rischio quindi è quello di affidarsi a prodotti (o servizi) che sono diventati obsoleti e che non reggono più la concorrenza sul mercato. La lungimiranza di un dirigente consiste, invece, nel considerare le diverse opzioni che si adattino alle nuove circostanze.