Italia Markets open in 7 hrs 25 mins

Chi vincerà le elezioni americane?

Pierluigi Gerbino
·7 minuto per la lettura

Siamo ormai agli sgoccioli di una strana campagna elettorale per l’elezione del Presidente USA, ritenuto unanimemente la persona più potente al mondo.

Donald Trump quattro anni fa si presentò da outsider aggressivo in lotta contro l’establishment e, smentendo i pronostici ed i sondaggi, con una rimonta finale negli stati chiave, riuscì a vincere la Casa Bianca. Ora è chiamato a difendere il suo discusso e controverso operato dall’assalto del partito democratico, che gli ha presentato contro Joe Biden, l’ex vice-presidente dell’era Obama.

Anche stavolta, benché alla Casa Bianca ci sia stato lui per 4 anni, Trump continua ad alimentare l’immagine di sé come alternativo al potere costituito e cerca di ottenere la conferma da un popolo di elettori devastato dalla pandemia e dalle sue conseguenze economiche, una terribile recessione che ha lasciato uno strascico di ancora circa 10 milioni di americani senza lavoro.

Trump non ha mai creduto al pericolo del Coronavirus, ne ha sempre negato la pericolosità ed ha incitato gli americani a considerarlo come una banale influenza. Non ha fatto quasi nulla per contrastarne la diffusione, al punto che negli USA il numero dei contagiati ufficiali sta per arrivare a quota 10 milioni ed aumenta al ritmo di quasi 100.000 al giorno, mentre i decessi attribuiti al Coronavirus sono già oltre 236.000.

Ha cercato solo di contrastarne gli effetti economici negativi, nell’unico modo che i governanti conoscono, cioè distribuire sussidi ed aumentare il deficit del bilancio pubblico, indebitando così le generazioni future, che dovranno poi pagare il conto. Il momentaneo finanziamento è stato garantito dalla FED che ha stampato la più alta quantità di dollari di tutti i tempi, per garantire il collocamento dei Treasury Bond emessi dal ministero del Tesoro.

L’enorme liquidità d’emergenza erogata al sistema, anziché finire tutta nelle tasche dei più bisognosi, si è riversata in gran parte sui mercati finanziari, che hanno mostrato un rimbalzo spettacolare ed hanno riassorbito in soli 5 mesi l’enorme calo  accusato da Wall Street (-35% per l’indice SP500) tra il 20 febbraio ed il 23 marzo, quando venne dichiarata ufficialmente la Pandemia. L’ultima parte di agosto si incaricò addirittura di migliorare i massimi storici, mentre l’economia reale stentava a riprendersi ed il virus preparava in USA la sua terza ondata, che gli americani stanno fronteggiando in questi giorni, mentre in Europa è in pieno svolgimento la seconda.

La gestione negazionista della pandemia è sembrata costargli per tutta l’estate una notevole perdita di consenso, mentre il democratico Biden, nonostante l’assoluta mancanza di carisma, è arrivato a superarlo di molti punti nei sondaggi.

Ma le ultime settimane, dopo lo show della sua malattia, guarita in pochi giorni ed utilizzata per mostrare la sua proverbiale tempra da Superman, seconda forse solo a quella di Zlatan Ibrahimovic, hanno evidenziato un deciso recupero nei sondaggi e preparato una volata finale in cui può ancora succedere il sorpasso all’ultimo minuto, come avvenne 4 anni fa ai danni di Hillary Clinton.

A decidere l’esito saranno pochi milioni di elettori, quelli che abitano in un pugno di Stati in bilico e che decideranno all’ultimo momento chi votare.

Trump li ha tempestati di promesse: “Se mi eleggete l’America vivrà la sua miglior crescita di sempre ed in 15 giorni avrete il vaccino che sconfiggerà il virus.” Ma li ha anche terrorizzati: “ Se scegliete Biden lui chiuderà l’America e vi manderà sul lastrico”.

L’esito della battaglia elettorale sta tutto nell’effetto che queste parole, ripetute in decine di comizi nelle ultime settimane, avranno sugli indecisi.

I sondaggi, nel momento in cui scrivo queste note danno ancora in vantaggio Biden mediamente di circa 6-7 punti percentuali a livello di voti complessivi, ma è un margine dimezzato rispetto all’inizio di ottobre e che non dà sicurezze previsionali, dato che negli stati in bilico ci sono differenze di pochi punti, simili a quelle che aveva a suo favore la Clinton 4 anni fa, quando perse. E’ perciò prevedibile un testa a testa tutto da gustare.  

Nell’attesa, che non è detto che sia breve, poiché potrebbero esserci contestazioni e cause legali alla Corte Suprema prima che l’esito diventi ufficiale, proviamo a fare un pronostico utilizzando due modelli previsionali che nel passato hanno dato ottimi risultati.

IL MODELLO DELLE 13 DOMANDE 

Messo a punto nel 1981 da Allan Lichtman (storico e Docente presso l’American University) e Vladimir Keilis-Borok (geofisico russo) ed ispirato agli studi di geofisica per la ricerca sui terremoti, il modello individua 13 domande chiave, o, per meglio dire, affermazioni, che bisogna valutare il più oggettivamente possibile ed attribuire loro il carattere “Vero” oppure “Falso”. Se le affermazioni vere sono ALMENO 8, allora vincerà il candidato del partito che ora sta alla Casa Bianca. Altrimenti vincerà lo sfidante. 

Questo modello ha indovinato tutti i 9 presidenti eletti dal 1984 ad oggi. 

Ecco di seguito le 13 affermazioni. Provate a dare una valutazione a ciascuna e poi contate quanti Vero avete assegnato.

  1. Dopo le elezioni di medio termine, il partito in carica detiene più seggi alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti rispetto alle precedenti elezioni di medio termine.   

  2. Non esiste una seria competizione in seno al partito in carica per la nomination. 

  3. Il candidato designato dal partito attualmente in carica è il Presidente uscente.   

  4. Non esistono campagne significative da parte di un terzo partito o candidati indipendenti. 

  5. L’Economia non è in recessione durante la campagna elettorale.   

  6. La crescita economica reale pro capite durante il periodo di governo che si conclude è uguale o superiore alla crescita media durante i due periodi precedenti.   

  7. L'amministrazione in carica ha effettuato importanti riforme nella politica nazionale.

  8. Non si sono verificati disordini sociali prolungati durante il mandato.

  9. L'amministrazione in carica non è contaminata da grandi scandali.       

  10. L'amministrazione in carica non ha subito gravi fallimenti negli affari esteri o militari.

  11. L'amministrazione in carica ha ottenuto un grande successo negli affari esteri o militari.

  12. Il candidato del partito in carica è carismatico o un eroe nazionale.   

  13. Il candidato sfidante non è carismatico o un eroe nazionale.

Personalmente ho valutato come Vere 7 affermazioni. Pertanto in base a questo modello dovrebbe vincere lo sfidante Biden.

IL MODELLO PRECHTER

Robert Prechter è analista tecnico, tra i principali seguaci della Teoria delle Onde di Elliott ed esperto di Socionomia (studio del comportamento sociale umano applicato alle scelte finanziarie).

Nel 2012 ha pubblicato uno studio che sostiene che il miglior modo per prevedere i risultati elettorali, in particolare quando un Presidente in carica si presenta per la rielezione, è l’andamento del mercato azionario di Wall Street nei 3 anni precedenti il voto.

Questa teoria si basa su due assunti.

  1. A determinare l’andamento del mercato azionario è soprattutto l’umore sociale inconscio. Se è positivo la massa degli operatori tende ad offrire di più per comprare in borsa, col risultato che i prezzi salgono, mentre, se l’umore è negativo si cerca di comprare a prezzi più bassi, col risultato che le borse scendono.

  2. A determinare l’esito del voto presidenziale americano, nel sistema maggioritario puro usato laggiù, è quella parte di elettori che non è ideologicamente schierata, ma che decide chi votare volta per volta. Anche qui è l’umore sociale inconscio a determinare la maggior parte delle scelte. Se è positivo si tende a votare per il presidente in carica, attribuendogli il merito. Se negativo, a votare lo sfidante, per cambiare.

Perciò è l’umore sociale a determinare sia le performance elettorali che quelle borsistiche. L’umore non è misurabile direttamente, ma lo si può determinare in via indiretta misurando come è andato il mercato azionario nei 3 anni precedenti l’elezione. Si guardano 3 anni invece che 4, perché si ipotizza che il primo anno di ciascun Presidente sia condizionato dalle scelte del predecessore, per cui al neo presidente non si possono attribuire né meriti né colpe. Quelli successivi invece dipendono dalle suo politiche e su questi bisogna giudicarlo.

Allora la regola è molto semplice. Si guarda la performance dell’indice Dow Jones negli ultimi 3 anni come termometro dell’umore sociale. Se la borsa è salita dovrebbe essere premiato il Presidente in carica. Se è scesa dovrebbe vincere lo sfidante.

L’autore ha applicato a ritroso il modello in tutte le elezioni avvenute nella storia degli Stati Uniti. La figura allegata mostra l’andamento del Dow Jones fin dalla metà del 1700 e sono stati individuati con un numero tutti i casi di riconferma del presidente per il secondo mandato, mentre con delle lettere maiuscole tutti i casi di sconfitta di un presidente in carica che si è ricandidato invano per il secondo mandato. Si pu&og Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online