Si può chiedere l'acqua di rubinetto al bar?

Anche chiedere un bicchiere d’acqua al bar, o una brocca al tavolo, può essere una conquista. Tanto più in Italia, dove spesso chiedere è lecito ma rispondere, concedendo la materia prima più preziosa, sembra cortesia. Ma è giusto che sia tale, tanto più quando è acqua che sgorga dal rubinetto? L’ultima iniziativa in merito risale allo scorso maggio, a Milano, laddove il Consiglio di Zona 3 approvò una delibera, che cita l’articolo 187 Tulps (secondo cui “salvo quanto dispongono gli articoli 689 e 691 del codice penale, gli esercenti non possono senza un legittimo motivo, rifiutare le prestazioni del proprio esercizio a chiunque le domandi e ne corrisponda il prezzo” ), promossa dal consigliere Alessandro Papale di Sel, per fare appello diretto al sindaco di Milano Giuliano Pisapia.

Obiettivo, la piena gratuità dell’acqua del rubinetto nei bar, ristoranti e locali pubblici. E, con chiara e palese indicazione, nel menù, della possibilità di chiederla. Troppo spesso, infatti, è il cliente a non rivendicare qualcosa che, anche per prassi e buon senso, pure è nel suo diritto, di fronte a qualche diniego spesso pretestuoso. Per il Consiglio di Zona 3, insomma, era il Comune stesso a dover sancire, con un’ordinanza, quello che troppo spesso diventa una concessione. Oltre, poi a promuovere, l’utilizzo di acqua pubblica gratuita negli uffici e nelle aree di competenza installando distributori di acqua gratuita su tutto il territorio comunale. Una virata insomma sul modello estero, dove spesso sono gli esercenti a portare l’acqua in tavola gratis prima di prendere l’ordinazione, a New York, come a Tokyo, Parigi, e altre benemerite città anche del nostro Paese.

Già in passato, c’era stato la campagna sostenuta da Legambiente e Altraeconomia, dall’efficace slogan “imbrocchiamola”, tesa a rendere consapevole il pubblico che si può sempre chiedere acqua al bar e nei locali pubblici, in quanto a priori ogni esercizio commerciale in cui si somministrano alimenti deve disporre di acqua potabile, come previsto dall’autorizzazione igienico sanitaria e dal regolamento comunitario 852 del 2004. Nessuno può rifiutarsi di servirla.

Tuttavia, non è detto che non possano chiedervi l’obolo anche su quello. Come, ad esempio, è successo a Bolzano, come riportava il quotdiano Alto Adige nello scorso giugno, segnalando come in città non sia proprio raro pagare, ad esempio, 1 euro per la caraffa d’acqua del rubinetto, o 30 centesimi per un semplice bicchiere, facendo anche “nome e cognome” di qualche locale che adotta questa politica. Che però, a sentire i titolari, si difendevano sostenendo che quando a chiederti il bicchiere sono 40 persone al giorno, o negli orari di punta, tra il cameriere che esce e il bicchiere da lavare, bisogna pur rientrare nei costi a fine giornata. Un costo supplementare, in linea di massima però richiesto a chi consuma al tavolo e non al banco e comunque segnalato nel menù.

Un atteggiamento simile è stato stigmatizzato non poco dall’Azienda di soggiorno, tanto più in una città che vive anche di turismo, e dalla  Confesercenti, che parlava di eccezione e non di regola tra i suoi associati. Non di rado, nel nostro Paese, i problemi sorgono anche laddove si genera equivoco, come successe qualcuno anno fa nel campo dello “sbicchieramento” da bar. Ma perché? Già nel 2002 l’allora ministro della Sanità Girolamo Sirchia aveva, d’intesa con il ministro delle Attività produttive, sospeso, a gennaio, il decreto che vietava di servire al bar o al ristorante la minerale in bicchiere. Il provvedimento era stato ritirato vista anche la difficoltà di applicazione, come segnalato dalle associazioni di categoria; il tutto in attesa di predisporre le adeguate modifiche nel rispetto delle norme europee.

I motivi che avevano spinto Sirchia a decidere di vietare il bicchiere d’acqua risalivano al desiderio di evitare rischi di contaminazione, con annessa perdita delle caratteristiche intrinseche. Inoltre, potendo il consumatore leggere l’etichetta dalla confezione monodose, cresceva la consapevolezza su cosa davvero ci fosse in bottiglia. Ma il niet delle associazioni di categoria, anche per la difficoltà di attuare il piano, aveva fatto saltare tutto. Tre anni dopo, in seguito a una direttiva del ministro delle Attività produttive Antonio Marzano, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 5 aprile, fu stabilito che a partire dal 19 luglio del medesimo anno, l'acqua minerale o di sorgente non potesse essere più essere servita in bicchiere ma soltanto in contenitori da 125, 250, 330 o 500 millilitri. Un  decreto ministeriale introdotto per recepire le raccomandazioni europee sul tema della distribuzione delle acque minerali, e assecondando anche lo scopo, non inferiore, di garantire agli esercenti l'assunzione di minori responsabilitá in fatto di sicurezza, grazie all'entrata in vigore del Regolamento Europeo 178 del 2002 sulla "rintracciabilitá dei prodotti".

Un attacco frontale, in potenza, all’acqua adulterata, per azzerare al minimo le responsabilità degli esercenti, e permettere, in caso di adulterazione, di risalire con facilità ai produttori, recuperando le partite a rischio. All’epoca fu grande il clamore, data anche l’interpretazione, sommaria, del divieto di servire acqua sfusa nei bar che aveva scatenato una miriade di proteste, anche se il collegio di avvocati della Fipe-Confcommercio aveva chiarito che la norma si limitava a fornire, alle industrie, indicazioni riguardo ai formati delle bottiglie, sostenendo che non fosse vietato vendere acqua minerale in bicchiere su richieste del cliente.

Numerose erano anche le perplessità sulle ricadute ambientali per gli sprechi di materia prima, e annessi problemi di logistica, smaltimenti e riciclo, e quelli economici per l’aumento del costo dovuto agli incrementi sui nuovi imballaggi. Ma, successivamente, in data 6 luglio, una nota emanata da Claudio Scajola, ministro delle Attività produttive, entrato in carica il 23 aprile 2005, in occasione della formazione di un governo Berlusconi ter, correggeva l’interpretazione in merito allo “sbicchieramento” da contenitori superiori al mezzo litro, stabilendo che nei pubblici esercizi l’acqua poteva essere servita  o somministrata da entrambi i tipi di formato, al di sopra e al di sotto del mezzo litro. Insomma, sosteneva allora la Fipe, altre spiegazioni erano “contrarie all’interpretazione del Ministero e contro il buon senso”.  In Italia, insomma, ci vuole poco a confondere le acque.

L'acqua: consumarla in sicurezza e risparmio | Wall Street for dummies | Puntata 32 - Solo su Yahoo!La puntata numero 32 di Wall Street for Dummies su Yahoo! Finanza. Scopri i video originali di Wall Street for Dummies, creati con la collaborazione di Sabrina Contino , legale Confconsumatori Milano www.confconsumatori.it, puoi trovarli solo su Yahoo!


Scopri anche gli altri episodi di Wall Street for Dummies - Missione risparmio

Tutto quello che devi sapere su...

"Tutto quello che devi sapere su..." è la rubrica di Yahoo Finanza che ogni mese approfondisce un argomento e ne presenta i possibili scenari e sviluppi.