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Ci vuole coraggio per sopravvivere in una situazione di violenza domestica, di più per andarsene

Di Silvia Locatelli
·7 minuto per la lettura
Photo credit: Kyle Tunney
Photo credit: Kyle Tunney

From ELLE

Sandra balla Chandelier di Sia con le sue bambine, cantando a squarciagola: “One two three, one two three, drink... “. Bevi, bevi l’energia della musica, prendi forza dalle parole della canzone, urlale con rabbia “Volerò come un uccello nella notte finché le lacrime si asciugheranno, mi aggrapperò con tutte le forze alla vita, senza guardare giù, con gli occhi chiusi”. È quello che fai quando sei intrappolata in una relazione violenta. Per sopravvivere, ti ritagli momenti di disperata serenità, bolle di luce dove “fai finta che”, e cerchi di ricordare chi eri, altrimenti saresti già morta. Quando la musica si ferma e il marito arriva a Sandra basta uno sguardo per capire cosa sta per succedere. È tutto drammaticamente prevedibile, anche gli occhi dolci e le promesse ingannevoli che arriveranno a giro. La donna sussurra qualcosa alla figlia più grande, Emma, che è comunque piccola (8 anni), poi affronta da sola la furia. Che sia l’ultima volta però. Nella casetta dei giochi, in giardino, c’è una scatola con dentro un messaggio: aiutatemi, la mia vita è in pericolo... Corri Emma, corri.

Secondo Variety, La vita che verrà - Herself è il film più potente presentato all’ultimo Sundance- la gente applaudiva in lacrime: “Quella bambina sono io” - e lo segnala tra le possibili sorprese agli Oscar. Parla di violenza domestica ma non è triste. Phyllida Lloyd incrocia Ken Loach, realismo con il cuore pieno di fiducia nella bontà del genere umano. Ci sono vari tipi di violenza, alcuni più subdoli, facile ritrovarsi anche solo nell’eco di una frase. La potenza è merito soprattutto della sua protagonista, Clare Dunne (ha anche scritto la sceneggiatura, insieme a Malcolm Campbell), attrice irlandese di 32 anni che ha lavorato principalmente a teatro, anche “per colpa” di quella voglia sotto l’occhio che ricorda tanto il baffo rosso simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. La regista Phyllida Lloyd ha rifiutato nomi di richiamo più “spendibili” e ha imposto lei. La vita che verrà-Herself è un film necessario, soprattutto ora, con tante "prigioniere" di inferni domestici. Doveva uscire il 25 novembre, Giornata per l'eliminazione della violenza contro le donne, ma pare sia più pericoloso tenere i cinema aperti.

Photo credit: Bim
Photo credit: Bim

Sandra cerca disperatamente una casa per sé e le figlie. Quanto diamo per scontato un tetto sopra la testa?

Tutti con la pandemia abbiamo rivalutato la sicurezza della nostra casa. Ci consideriamo un mondo avanzato eppure c’è gente senza un rifugio sicuro e senza acqua. Una mia cara amica si è ritrovata a dover chiedere l’alloggio statale, ed è una persona normalissima... Nel film, Sandra decide di costruirsela da sola, una casa. Bastano 35.000 euro. Se insegnassimo alla gente come si fa, risparmieremmo un sacco di soldi, potremmo integrare questo sistema con quello delle case popolari. Non è utopia, a Londra l’hanno già fatto negli anni ‘70, creavano squadre che imparavano da gente qualificata e alla fine acquisivano anche nuove competenze e trovavano più facilmente lavoro.

Lei ormai sarà un'esperta...

Ho fatto un corso di self building in Galles, ho imparato a usare trapano e sega. Faccio qualche lavoretto, dà molta soddisfazione.

Photo credit: Bim
Photo credit: Bim

Il film è ambientato in Irlanda: cosa significa per un irlandese la casa?

Siamo ossessionati dalla casa di proprietà, ci aggrappiamo alla nostra terra, è un rapporto passionale. Perché siamo stati colonizzati per tanto tempo e tutt’ora abbiamo riavuto solo tre quarti del nostro Paese.

La potenza della musica. Chi ha scelto le canzoni?

Io. In una situazione del genere usi quello che puoi per cercare di sentirti libera almeno per pochi minuti e la musica ti aiuta a superare la giornata, a creare un’atmosfera, a farti riprendere fiato. Sandra la usa per sopravvivere. Pensate a certe cantanti soul come Tina Turner, a quello che ha passato e che trasmette con la voce. Donne come Sandra hanno bisogno di “sentire” quella espressività potente, quella esplosione di grandi voci che interpretano emozioni aspre, dolorose, che rilasciano qualcosa di forte. Credo che la musica, in certi casi, possa salvare la vita».

Questo film evita gli stererotipi e dice alle donne come Sandra: se ce l’hai fatta fino a qui, puoi fare l’ultimo passo.

L’archetipo della donna vittima triste e frenata dai sensi di colpa è così lontano dalla realtà, è ingiusto. Quelle come Sandra sono donne forti e coraggiose anche solo per essere riuscite a sopravvivere. Una di loro mi ha chiesto: “Ti prego, non dipingerla come una povera vittima, io ho avuto tanto coraggio a rimanere e ne ho avuto ancora di più ad andarmene”. L’ultimo passo è il più difficile. Statisticamente, la finestra di tempo tra la decisione di lasciarlo e il momento in cui succede è quando avvengono la maggior parte dei femminicidi domestici. Il carnefice sente che lei gli sta per sfuggire via e succede il peggio.

C’è un momento in tribunale che fa luce sulla nostra cultura sessista. Il giudice, una donna peraltro, chiede a Sandra “Perché non l’ha lasciato prima?”

E lei risponde: fa a me questa domanda ma non chiede a lui “Perché non ha smesso di picchiarla?”. È una sorta di “Victim Shaming”, si incolpa velatamente la vittima, è come un tarlo, il problema è profondo, sistemico.

La sua voglia sotto l’occhio le ha creato problemi ai provini?

Quand’ero più giovane sì, mi sbattevano in faccia la verità: con quella macchia farai molta fatica a trovare ruoli. Io per un po’ gli ho creduto, poi ho pensato: sono un essere umano e noi attori raccontiamo altri esseri umani, sentivo nel mio cuore che prima o poi avrei incontrato le persone giuste. Alla fine, ho una bella carriera teatrale e sono anche riuscita a lavorare in tv. Le persone giuste sono arrivate e non gli importa niente della mia voglia. Una si chiama Phyllida Lloyd, con lei ho girato il mio primo film da protagonista ed è stato bellissimo.

Parola alla regista Phyllida Lloyd

Dopo i blockbuster di Hollywood (Mamma mia! e The Iron Lady) la regista inglese, 63 anni, si è dedicata a un progetto teatrale per il Donmar Warehouse: una trilogia shakespeariana interpretata solo da donne e ambientata in un carcere femminile. Poi è arrivato questo piccolo film.

Aveva voglia di vita vera?

A teatro ho sempre avuto un’agenda femminista molto forte, la trilogia è stata un po’ una missione sociale, l’idea è nata nei laboratori fatti nelle carceri vere. Io e Clare Dunne (era una delle attrici nella trilogia) abbiamo incontrato molte donne abusate, scappate dai mariti, che avevano commesso crimini in situazioni di violenza domestica, Ma non bisogna andare fino in prigione per conoscere qualcuno che abbia sofferto una parte di quel che si vede nel film. Sentivo che una produzione a basso budget mi avrebbe permesso di lavorare in un modo simile a quello che sto portavo avanti a teatro.

Sandra è una Iron lady.

Le donne come Sandra sono eroine. Abbiamo voluto una donna attiva, una lavoratrice piena di energia, di propositi e obiettivi.

Photo credit: Bim
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Il violento isola la sua vittima, per averla sotto controllo. Sandra è sola, intorno a sé c’è solo gente che ha meno di lei...

Ma Sandra ha il coraggio di chiedere. E quando chiedi, magari l’aiuto non ti arriva da dove pensavi però si attiva un’energia che fa succedere le cose. La gente le regala l’unica cosa che ha: il tempo. E aiutando lei si aiuta. Chi le dà una mano non è un santo, ha bisogno di sentirsi utile.

Photo credit: Bim
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Le due bambine sono straordinarie.

Anche i loro genitori, le hanno preparate benissimo. Ovviamente le abbiamo protette, non erano li quando abbiamo girato la scena più violenta, ma sapevano far finta di piangere. Bastava dire: immaginate di voler andare a mangiare pollo fritto da KFC ma la mamma non vi lascia. La faccina di Molly nella finestra della casetta esprime tutto il danno che le è stato fatto, e quello è puro istinto. Pensi che non vogliono neanche fare le attrici. Una vuole difendere le donne come avvocato, l’altra vuole diventare Lady Gaga.