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Cina ‘approva’ il mining di bitcoin

Fabio Carbone

Indirettamente la Cina approva il mining di bitcoin e in generale delle criptovalute, non dando seguito alla proposta del National Development and Reform Commission (NDRC) che in un primo parere, di aprile 2019, aveva proposto il depennamento del settore industriale da quelli utili per la Cina.

Una parziale buona notizia per l’intero settore delle criptovalute, se si considera che in Cina c’è circa la metà dell’attività di mining delle criptovalute, infatti, è qui che si concentrano le maggiori mining pool ed è in Cina che risiedono le maggiori aziende sviluppatrici e produttrici di chip e hardware per il mining: Bitmain, Canaan e altre.

Perché questo cambio di rotta sul mining di bitcoin da parte della Cina?

Non ci sono informazioni dirette e ufficiali, sul perché alla fine la Cina abbia scelto di non includere il mining delle criptovalute tra i settori industriali da non sviluppare.

Sappiamo però che l’NDRC è una delle Agenzie del Consiglio di stato cinese, cioè un organo di stato importantissimo e che ha appunto il potere di indirizzare la politica industriale della Cina, redigendo a intervalli non regolari il Catalogo guida per la ristrutturazione dei settori industriali.

Nella prima bozza rilasciata a inizio anno, il mining era inserito tra i settori da eliminare, ma nella versione definitiva che entrerà in vigore a partire dall’1 gennaio 2020, il mining delle criptovalute è sparito completamente dal catalogo.

Ecco, se la Cina non lo considera un settore da sviluppare, quanto meno non ha più intenzione di eliminarlo. Si sarebbe trattato di un grosso problema non solo per le aziende cinese, ma per l’intero comparto a livello globale.

L’invito a proporre suggerimenti e proposte di modifica

Con la pubblicazione della prima bozza, l’NDRC aveva pubblicato anche un invito a proporre suggerimenti e proposte di modifica. L’Agenzia ha ricevuto ben 2.500 tra suggerimenti e evidenziazioni di criticità nel catalogo in versione provvisoria.

Non è dato sapere se tra i commenti ricevuti, uno o più facesse riferimento al mining, fatto sta che la categoria non sarà “bannata” dal Paese asiatico. E non è una buona notizia da poco.

Certo però non è neppure un pieno avallo, dal momento che la Cina vorrebbe immettere nel sistema economico nazionale lo yuan digitale a corso legale. Una sorta di ‘criptovaluta di stato permissioned’, basata su tecniche di trasferimento delle transazioni economiche semi-decentralizzate.

La Cina crede nell’innovazione tecnologica

La Cina non è un paese retrogrado e chiuso all’innovazione tecnologica, lo vediamo bene. La Cina ha però un sistema politico fortemente accentratore e dove il controllo su tutto è elevato, di conseguenza mai avrebbe concesso al bitcoin o ad altre criptomonete di ‘affiancarsi’ allo yuan.

Tuttavia le potenzialità che sottostanno al meccanismo di funzionamento del bitcoin (blockchain), sono apparse subito come una opportunità e la Cina non ha intenzione di lasciar partire il treno senza salire a bordo.

Quindi sì al nuovo concetto di decentralizzazione dei sistemi che facilitano le transazioni economiche, ma con un controllo centralizzato su di essi.

Questo è l’approccio della Cina all’innovazione tecnologica, e di riflesso al protocollo blockchain e/o sue derivazioni.

La Cina conta così di combattere non solo l’evasione, ma ancora di più la corruzione interna, che in un sistema politico accentratore è sempre più presente rispetto a un sistema democratico.

This article was originally posted on FX Empire

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