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Cina, il coronavirus forzerà nuove misure di stimolo

Pierpaolo Molinengo
 

Francis Scotland, Director of Global Macro Research di Brandywine Global, affiliata Legg Mason, spiega che gli sviluppi di mercato di questo nuovo anno sono stati dominati dallo scoppio dell’epidemia di coronavirus originatasi a Wuhan in Cina . Ne hanno risentito in primis i mercati del rame e dei metalli industriali, le materie prime in genere e le valute dei paesi emergenti. Inoltre, i rendimenti dei titoli di stato delle nazioni sviluppate sono scivolati ai minimi di agosto scorso, la curva dei rendimenti USA si è nuovamente invertita e anche i titoli azionari stanno sperimentando delle difficoltà.

Le conseguenze sull’economia cinese e mondiale

Gestire i risparmi significa saper gestire l’incertezza - spiega Francis Scotland -. La difficoltà nell’arginare gli effetti economici del coronavirus risiede proprio nel fatto che le incognite sono molto numerose. Servirà qualche altra settimana per fare chiarezza, anche se i dati sono già abbastanza allarmanti. I provvedimenti messi in atto dalle autorità della sanità pubblica cinese e mondiale – così come dai governi e dalle imprese – sono diventati il principale ostacolo alla ripresa della manifattura e del commercio globale, che stavano dando segnali positivi dopo la flessione degli ultimi due anni.

È molto probabile che le misure per contrastare il virus aumenteranno fino a che non ci saranno segnali di contenimento del contagio o non sarà trovata una cura. Questi interventi saranno chiaramente negativi per la crescita, per il commercio mondiale e per qualsiasi potenziale aumento dell’inflazione o del pricing power delle aziende. Ma la debolezza principale per la crescita è rappresentata dalla Cina, anche se i dati cominceranno a mostrarlo solo nelle prossime settimane.

Le dimensioni e il contributo alla crescita globale della Cina negli ultimi 10 anni l’hanno resa un elemento chiave per prevedere lo sviluppo economico mondiale. Ogni eventuale flessione di questo mercato avrà ripercussioni su tutti gli altri. Oltre alle implicazioni di breve periodo per l’economia cinese, anche le conseguenze di lungo periodo possono essere altrettanto deleterie. La guerra commerciale tra la potenza asiatica e gli Stati Uniti ha portato le imprese a ricollocare le loro catene di fornitura fuori dai confini cinesi; lo scoppio dell’epidemia potrebbe dare un’ulteriore spinta in questa direzione, rinforzando il trend negativo della crescita del PIL cinese, dovuto ad una contrazione della forza lavoro e a una riduzione dei guadagni di produttività.

La possibile risposta della Cina

Ci saranno misure di stimolo alla crescita che porteranno a un rapido recupero, dopo questo crollo?

Da parte delle autorità cinesi c’è una certa riluttanza in questo senso, ma è probabile che il protrarsi della crisi sanitaria e della flessione della crescita metterà sempre più alle strette il governo del gigante asiatico - spiega Francis Scotland -. I leader cinesi non vogliono far ricorso alla leva finanziaria, ma potrebbero non avere scelta. In passato, l’approccio adottato per contrastare possibili flessioni è stato proprio lo stimolo del credito – tramite programmi di spesa messi in campo dal governo o la richiesta alle aziende controllate dallo stato di aumentare la leva e gli investimenti. Tuttavia, le autorità cinesi hanno ripetuto più volte, negli ultimi anni, che non hanno intenzione di ricorrere di nuovo a simili misure.

A seguito del collasso del mercato dei mutui USA, durante la grande crisi finanziaria, la Cina ha messo in piedi la prima di una serie di ondate di inflazione del credito, atte a sostenere la domanda interna e i prezzi alla produzione. In 11 anni, il rapporto debito/Pil è cresciuto di oltre 100 punti percentuali, soprattutto a causa di un incremento del debito e della spesa delle imprese legate allo stato. L’allocazione del capitale decisa dall’alto, invece che basata su un meccanismo razionale di determinazione dei prezzi, ha coinciso con la crescita dei non-performing loans nel sistema bancario e con il calo dell’efficienza marginale del credito in termini di PIL creato. La cattiva allocazione del capitale ha lasciato oggi al governo scarsi margini di manovra a livello fiscale, e alla banca centrale il compito di monetizzare le perdite.

Una soluzione pro-crescita ai problemi del debito cinese potrebbe essere quella di una ristrutturazione che consenta alle società private un rapido accesso al credito, e crei un meccanismo di allocazione basato su una valutazione razionale di prezzi e rischi. Tuttavia, l’attuale amministrazione continua a favorire un approccio più tradizionalista alla gestione economica e vuole mantenere centralizzata la gestione del credito.

Nonostante la riluttanza ad andare ad agire sulle leve del credito, se la crisi andrà avanti è probabile che i leader cinesi si troveranno sempre più in difficoltà. Ciò probabilmente li obbligherà ad attuare significative misure di stimolo, che potrebbero contribuire ad un rapido rimbalzo dell’economia.

Autore: Pierpaolo Molinengo Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online