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Cina vs Usa: la sfida economica che determinerà i destini del mondo

Antonio Cardarelli
·5 minuto per la lettura
Cina vs Usa: la sfida economica che determinerà i destini del mondo
Cina vs Usa: la sfida economica che determinerà i destini del mondo

La pandemia ha accelerato la “grande convergenza” che vede i paesi emergenti ridurre il gap rispetto a quelli sviluppati. E la Cina ha ormai messo nel mirino il primato economico degli Usa

Joe Biden lo ha detto chiaramente: se non ci diamo una mossa, la Cina mangerà il nostro pranzo. Un modo diretto per far capire agli americani che gli Usa potrebbero subire il temuto sorpasso cinese. E visto che Pechino non ha nessuna intenzione di fermare la propria crescita, l’unico metodo a disposizione di Washington per conservare il primato è ricominciare a correre, migliorare la competitività e fare nuovi investimenti.

CINA UNICO PAESE A CRESCERE NEL 2020

Fino all’inizio degli anni duemila, la Cina non sembrava neanche lontanamente in grado di impensierire il primato economico degli Stati Uniti, ma ora le cose sono cambiate e il “nervosismo” dei governi americani nei confronti di Pechino lo dimostra. Potrebbe sembrare strano a dirsi, ma la spinta decisiva per l’economia cinese è arrivata proprio dal Covid-19. Primo paese al mondo colpito dalla pandemia, la Cina ha messo in atto una serie di misure – alcune difficilmente applicabili nei paesi occidentali - che le hanno permesso di uscire prima dalla crisi. Non a caso, secondo i dati dell’Ufficio Nazionale di Statistica di Pechino, la Cina ha chiuso il 2020 con una crescita del Pil del 2,1%, unica economia al mondo ad espandersi nell’anno della pandemia.

LA GRANDE CONVERGENZA

Pechino, nonostante la pandemia, mostra ancora una volta i muscoli di fronte alle difficoltà dell’Unione europea e degli Stati Uniti, che nel 2020 vedranno i rispettivi Pil scendere del 6,3% (dati Commissione Ue) e del 3,5% (fonte Fmi), oppure del Regno Unito, che nel 2020 perderà il 9,9% del Pil. La Cina guida il fenomeno che gli economisti definiscono “grande convergenza”, intesa come l’inversione di rotta nell’andamento delle economie emergenti (la Cina è ancora inclusa tra i paesi emergenti pur essendo la seconda economia globale) rispetto a quelle sviluppate. Un fenomeno iniziato più o meno nel 1990, quando il Pil dei paesi in via di sviluppo è cresciuto a ritmi tre volte superiori rispetto ai paesi sviluppati, che proprio nel 2020 sfocerà nello storico sorpasso. Secondo l’Fmi, infatti, quest’anno il Pil degli emergenti raggiungerà i 40mila miliardi di dollari contro i 38mila dei paesi del G7 (Stati Uniti, Canada, Giappone, Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia assieme).

LA SCALATA CINESE

La locomotiva degli emergenti, ovviamente, è la Cina, anche se non sarebbe giusto trascurare altre economie in fortissima espansione come Brasile, Russia, India e Sudafrica, che insieme alla Cina sono solitamente indicate con l’acronimo “BRICS”, forti soprattutto di una classe media in continua ascesa. Da paese prevalentemente rurale e arretrato, la Cina all’inizio degli anni ’80 ha abbracciato gradualmente il capitalismo fino ad arrivare, nel 2001, allo storico ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). In quegli anni il paese è diventato la fabbrica del mondo, ha accolto migliaia di multinazionali occidentali ansiose di delocalizzare per abbattere i costi, e il Pil cinese è definitivamente decollato registrando crescite a doppia cifra, impensabili per il resto del mondo. Nel 2007 la Cina ha superato la Germania al terzo posto tra i paesi con Pil più grande, nel 2010 ha conquistato il secondo posto scalzando il Giappone. Ora, con un Pil superiore a 14mila miliardi di dollari nel 2019 (fonte World Bank) ha messo nel mirino gli Usa, primi con oltre 21mila miliardi di dollari.

IL NERVOSISMO DI WASHINGTON

Le stime riviste alla luce del Covid hanno anticipato il possibile sorpasso, che secondo i dati di World Bank e Fmi potrebbe arrivare già nel 2024 (vedi grafico in basso) anche se la maggior parte degli analisti prevedono un cambio al vertice nel 2028, come segnalato dal Centre for Economics and Business Research. Sorpasso che intanto è già arrivato nella classifica Fortune delle 500 aziende più grandi del mondo nel 2020: 133 cinesi contro 121 americane. Comprensibile, dunque, il nervosismo di Washington che negli anni del governo Trump era sfociato nella “guerra commerciale” che fino allo scoppio della pandemia dominava le cronache mondiali.

Classifica dei paesi per Pil (Fonte: Statista)

COSA C’È DIETRO LA GUERRA COMMERCIALE

Contestando pratiche economiche scorrette (come la manipolazione della moneta nazionale, lo yuan), violazioni dei diritti umani e presunti pericoli per la sicurezza nazionale, gli Usa avevano imposto una serie di tariffe sui prodotti cinesi fino ad arrivare alla messa al bando di numerose aziende, compresa Huawei. Ma secondo molti osservatori, il vero scontro tra i due paesi è tutto sul terreno della tecnologia, a cominciare dal 5G: per questo motivo è probabile che le tensioni tra i due giganti proseguiranno anche in futuro, anche se in maniera meno vistosa. Lo stesso Biden, dopo il primo colloquio con il presidente cinese Xi Jinping, non ha parlato di cambiamenti drastici nei rapporti con Pechino, anche se ha ammesso di voler usare un approccio diverso da Trump. Basterà a fermare l’ascesa del Dragone? Xi Jinping, dal canto suo, non sembra intenzionato a cambiare la politica di crescita basata sull’aforisma del presidente riformista Deng Xiao Ping, “attraversare il fiume tastando le pietre”. Xi ha chiaramente detto di voler trasformare la Cina in un’economia moderna, puntando sui consumi interni e aperta ai capitali stranieri, proprio come accade negli Usa, ma allo stesso tempo aumentando l’influenza di Pechino nel mondo con progetti come la Nuova Via della Seta. Il “derby” economico, insomma, durerà ancora per molti anni.