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Cna: rivedere giungla di norme nella somministrazione di cibo

Fgl

Roma, 12 nov. (askanews) - "Per far consumare il cibo sul posto l'artigiano è costretto a scalare l'Everest. Circa 70 adempimenti per avviare l'attività e altri 20 per somministrare i prodotti e poi 21 soggetti che esercitano controlli e accertamenti, dalle guardie ecologiche alla Capitaneria di porto fino al medico veterinario".

La fotografia è stata scattata dal secondo rapporto realizzato dalla CNA dal titolo "Comune che vai burocrazia che trovi: cibo a ostacoli" dedicata al settore agroalimentare. Un segmento dai numeri rilevanti, 85 miliardi di euro che ogni anno gli italiani spendono per mangiare fuori casa, circa 120mila imprese di cui il 60,5% artigiane con 400mila addetti. Negli ultimi sei anni il numero delle imprese è aumentato del 3,6%, quelle artigiane solo dell'1,6% mentre quelle non artigiane del 6,9% a conferma di una architettura normativa penalizzante.

"Una vera e propria giungla di norme e circolari emanate dallo Stato centrale, Regioni e Comuni" rileva la CNA "Le differenze sono all'ordine del giorno. Solo il Comune di Pescara non richiede ulteriori titoli per la vendita di bevande da parte degli artigiani, il 74% dei comuni non adotta una normativa organica per i consumi alimentari sul posto. L'artigiano è obbligato a ottenere il titolo di esercizio di vicinato".

"Non solo 20 adempimenti richiesti ma anche un corso specifico che varia dalle 80 ore di Pistoia e Grosseto alle 140 a Roma - prosegue la ricerca - In sei comuni tra i quali Bologna e Genova gli artigiani non possono utilizzare gli spazi esterni ma negli altri l'eterogeneità è il tratto prevalente: dalla semplice autorizzazione alla concessione vera e propria".

La CNA pertanto chiede "una profonda revisione della normativa a partire dalla legge quadro sull'artigianato del 1985 per rispondere la profonda trasformazione dei modelli di consumo. Occorre una definizione di attività prevalente dell'impresa artigiana che non lasci spazio ad interpretazioni arbitrarie".