Come chiedere la disoccupazione

La riforma degli ammortizzatori sociali del ministro Fornero cambia le regole dei sussidi di disoccupazione, introducendo, al posto delle vecchie indennità, l’Aspi ovvero l’Assicurazione sociale per l’impiego. In precedenza l’indennità spettava a tutti i lavoratori subordinati, senza distinzione di qualifica, e comprendeva i lavoratori a domicilio e gli stranieri extra-comunitari. Queste indennità venivano finanziate dal versamento che i datori di lavoro effettuano all’Inps e servono a tutelare il lavoratore nei casi di estinzione del rapporto di lavoro per cause non attribuibili alla volontà del lavoratore stesso.

Anche se è entrato in vigore nel 2013, il nuovo strumento a sostegno del reddito dovrebbe essere a pieno regime solamente a partire dal 2017.  Il godimento dell’Aspi spetta ai lavoratori in stato di disoccupazione involontaria. Una delle principali novità è l’allargamento del bacino di potenziali richiedenti rispetto all’attuale indennità di disoccupazione. Oltre agli apprendisti e ai soci lavoratori di cooperative potranno richiedere l’Aspi anche i lavoratori in caso di conciliazione presso la Direzione territoriale del lavoro, originata da un licenziamento per motivi oggettivi. La fruizione di questo nuovo ammortizzatore sociale sembrerebbe includere anche i dimissionari per giusta causa. L’Aspi, insomma, può essere richiesta solamente in caso di scioglimento del rapporto, mentre nelle situazioni di sospensione o riduzione dell’attività lavorativa per ragioni di mercato e/o aziendali resterà in vigore la cassa integrazione ordinaria o straordinaria. La presentazione della domanda di accesso Aspi deve essere inoltrata all’Inps dal giorno successivo alla cessazione del rapporto di lavoro ed entro 2 mesi dalla stessa, utilizzando esclusivamente il canale telematico.

Per avere diritto all’Aspi sono necessari due requisiti di tipo contributivo: avere versato almeno due anni di assicurazione e almeno un anno di contribuzione nel biennio precedente il periodo di disoccupazione. È infatti su questo biennio che viene calcolata l’Aspi da versare in caso di disoccupazione. Per calcolare a quanto ammonti la mensilità spettante al disoccupato bisogna conoscere la retribuzione totale accumulata nel biennio: questa cifra va suddivisa per le settimane contributive (ovvero quelle in cui si è fornita una prestazione lavorativa) del biennio e moltiplicata per 4,33 (cioè il numero medio di settimane per mese). Se la retribuzione mensile ottenuta da questo computo non supera l’importo (annualmente rivalutabile) di 1.180 euro l’Aspi è pari al 75% di retribuzione (ovverosia un massimo di 885 euro); nel caso venga superato questo tetto l’Aspi sarà data dalla somma dell’Aspi su 1.180 euro (885) più il 25% della somma eccedente 1.180. La somma totale percepita dal disoccupato, in ogni caso, non può superare l’importo dell’indennità straordinaria di cassa integrazione che, per il 2012, è stabilito in 1.119,32 euro. Come per le attuali indennità di disoccupazione, anche per l’Aspi è prevista una graduale riduzione del trattamento che si configura con una riduzione del 15% dopo sei mesi e di un ulteriore 15% dopo un altro semestre. 

Come accennato in precedenza, nel 2017 l’Aspi dovrebbe operare a pieno regime. Dal 1° gennaio di quell’anno, infatti, nei casi di licenziamento collettivo nei quali l’eccedenza di personale non sia stata oggetto di accordi sindacali, il contributo versato sarà triplo rispetto a quello base. Dal crepuscolo del Governo dei tecnici a quello – ipotetico – della legislatura che inizierà fra qualche mese potrebbe davvero succedere di tutto, ma di certo chi vorrà difendere il lavoro dovrà proteggere questa norma che oltre che a sostenere i disoccupati servirà a limitare la pratica dei licenziamenti collettivi. Prevenire è meglio che curare. E, soprattutto, costa meno allo Stato.