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Come la tua faccia sta diventando il business di domani

I software per il riconoscimento facciale sono richiesti o sviluppati dalle maggiori compagnie hi-tech globali (foto: Getty Images)

Il business del riconoscimento facciale è una realtà, non si può più negare. Si tratta di un business con lati oscuri, perché punta dritto contro il nostro diritto alla privacy. Oggi decine di start up e di giganti della tecnologia stanno investendo tantissimo denaro per sviluppare software perfetti, da vendere a hotel, scuole, negozi e agenzie governative.

I nuovi algoritmi sono enormemente più precisi che in passato, e questo grazie a noi: milioni di nostre foto, pubblicate sul web o catturate dalle telecamere di sorveglianza, sono state rigirate in ogni modo per ‘allenare’ i software di riconoscimento. E ha funzionato, il più delle volte senza il consenso dei diretti interessati – a differenza di un tempo, pochi anni fa, quando il riconoscimento facciale era un obiettivo accademico, un esperimento obbligatoriamente provato con l’approvazione dei partecipanti.

Le telecamere di sorveglianza coprono sempre maggiori distanze a risoluzione costantemente migliore. (foto: Getty Images)

Le aziende leader per il riconoscimento facciale hanno nomi accattivanti: Face++, Kairos, FaceFirst, Ever AI, Real Networks. Competono per un mercato che cresce del 20% anno su anno e che potrebbe valere 9 miliardi di dollari nel 2022.

Solo che per migliorare i software c’è bisogno di molte più immagini, già oggi. Milioni in più rispetto alle origini. Perché i software non solo devono riconscere il viso di una persona ‘in chiaro’, ma anche in coni d’ombra, sotto un cappello o in condizioni semi-nascoste. In alcune situazioni, le più virtuose, per allenarli le università e le forze di polizia concedono i loro archivi, ma non sempre si arriva a questo livello di trasparenza. In molti casi l’assenso per l’uso delle foto è confermato all’ok per i termini di servizio delle app, che nessuno legge per la loro complicatezza e lunghezza (sbagliando).

Le nuove fonti? Le collezioni fotografiche sugli smartphone. Queste collezioni private hanno il notevole vantaggio di raffigurare una persona in pose, angolazioni e distanze diverse. Una ricchezza di dati impareggiabile. Ever AI, tramite l’app EverAlbum, ha raccolto 13 miliardi di foto: secondo la privacy policy non le condivide con terzi, ma le usa per ‘migliorare’ i propri prodotti.

E i giganti del web? Amazon ha acquisito la start up Orbeus, che un tempo gestiva la popolare app PhotoTime. Facebook (DeepFace) e Google (FaceNet) sono anch’esse nel business, e entrambe raccolgono foto grazie ai loro servizi. IBM ha scannerizzato milioni di visi su Flickr per il proprio sistema di intelligenza artificiale, senza chiedere il consenso perché ‘le foto erano pubbliche’.

FaceFirst vende i suoi servizi ai negozi, che sono felici di usare i software di riconoscimento facciale per varie ragioni: profilare i clienti, riconoscere i VIP, controllare i dipendenti e tenere lontani i criminali.

Diverso il caso dei governi: in luoghi come la Cina e gli Stati Uniti i software di riconoscimento facciale per tracciare i visi dei passanti sono a stati decisamente avanzati, e in particolare la Cina pubblicizza in modo massiccio questi risultati.

E i cittadini del futuro? Secondo gli esperti, i millennials non sono così restii a donare il loro viso agli archivi, nati sui social e con le loro foto esistenti, in molti casi, solamente in forma digitale.

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