Come si calcola la disoccupazione in Italia e perché è aumentata

I dati Istat pubblicati a fine novembre hanno fornito un quadro preoccupante della disoccupazione: nel mese di ottobre il tasso di disoccupazione italiano è salito all’11,1%, ovverosia al livello più alto nello storico mensile dal gennaio 2004. Se si prendono in considerazione le serie storiche trimestrali il livello è il più alto dal primo trimestre 1999. Se analizzate in maniera approfondita, però, le statistiche dell’ultimo quinquennio (anche se manca l’ultimo trimestre 2012) forniscono un quadro in grado di spiegare in maniera molto precisa come la crisi stia cambiando l’atteggiamento delle famiglie, il peso che il lavoro ha nella “logistica” della gestione domestica. Prima di addentrarsi in questa riflessione occorre chiarire che cosa s’intenda per soggetto disoccupato e che cosa per soggetto inoccupato. Il primo è colui che ha avuto esperienze di lavoro in passato ma è attualmente fuori dal mercato del lavoro, il secondo è colui che non ha mai avuto esperienze di lavoro. Il tasso di disoccupazione è il rapporto fra persone in cerca di lavoro (disoccupati e inoccupati) e totale della forza lavoro (persone in cerca di lavoro e occupati) moltiplicato per cento. Per ottenere l’iscrizione all’anagrafe dei lavoratori e quindi lo status di disoccupato o inoccupato, occorre presentare personalmente al Centro per l’Impiego una dichiarazione d’immediata disponibilità allo svolgimento o alla ricerca di un’attività lavorativa.

Il dato più evidente è quello della disoccupazione giovanile che nella fascia di età 15-24 anni è al 36,5%, vale a dire 5,8 punti percentuali in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. C’è poi un altro fenomeno di “genere” che emerge prepotentemente dal penultimo trimestrale 2012: la divaricazione della forbice fra tasso di occupazione maschile e femminile diminuisce sempre di più. Dall’inizio del 2008 il potere d’acquisto delle famiglie italiane ha avuto un crollo, perdendo quasi 10 punti dalla primavera 2008 e 4 dall’inizio del 2011 all’inizio del 2012. L’erosione della capacità di risparmio e l’esigenza di integrazione del reddito famigliari hanno imposto la ricerca di un’occupazione a molte donne che in condizioni normali si sarebbero dedicate full time all’attività domestica. La tendenza è evidente dai dati dell’occupazione per genere: rispetto al secondo trimestre 2011 ci sono 162mila maschi occupati in meno e 187 femmine occupate in più. Se si valuta il trend dall’inizio della crisi economica si scopre che attualmente – fatto 100 l’indice d’occupazione all’inizio del 2008 – l’occupazione femminile si assesta al di sopra del 102 mentre quello maschile è di poco superiore al 95. Se si prendono i dati relativi all’industria il trend è identico ma la forbice ancora più ampia: fra il 2011 e il 2012 si sono persi 160mila posti di lavoro nell’industria (di cui 140mila nelle costruzioni) ma ne sono nati 180mila nei servizi. Su scala quinquennale a un crollo dell’indice dell’industria da 100 a 92,5 corrisponde una crescita da 100 a 101 dei servizi. Esiste, dunque, una evidente proporzionalità fra i dati per genere e quelli per settore. Secondo questo dati sembrerebbe che il mercato italiano vada finalmente verso un appianamento del gap di genere, quantomeno dal punto di vista numerico visto che molto resta ancora da fare sia dal punto di vista normativo che da quello retributivo. Purtroppo, però, sarà un appiattimento verso il basso, perché la situazione dell’industria italiana peggiorerà ulteriormente nei prossimi mesi, con il conseguente accrescimento del tasso di disoccupazione maschile. Nel complesso, dunque, a far schizzare alle stelle i tassi di disoccupazione non sono stati solo i licenziamenti in massa dei settori edilizio e industriale, ma anche la maggiore richiesta di occupazione da parte della forza-lavoro femminile.

Altro dato che deve essere valutato con grande attenzione è l’entità oraria dell’occupazione. Dal 2008 a oggi i contratti full time sono diminuiti all’incirca del 4%, mentre i part time sono aumentati fino al 20%, superando le tradizionali logiche di genere. Se in epoca pre-crisi erano soprattutto le donne a richiederli per poter conciliare vita professionale e responsabilità famigliari, oggi i part time sono ben accetti anche dagli uomini che, naturalmente, preferiscono un’attività parziale all’inattività.