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Con Draghi la voce dell’Europa è più forte nel mondo

Stefano Caratelli
·5 minuto per la lettura
Con Draghi la voce dell’Europa è più forte nel mondo
Con Draghi la voce dell’Europa è più forte nel mondo

La presidenza del G20 può essere l’occasione di lanciare il modello del Next Generation EU come nuovo standard globale di politiche fiscali per la crescita

Prendiamo a prestito il titolo di un commento su FinanciaLounge di BlueBay, secondo cui con Draghi la voce dell’Italia sarà più forte in Europa, per spingerci oltre e prevedere che grazie all’arrivo del salvatore dell’euro alla guida del governo di Roma la voce dell’Europa sarà più forte nel mondo. Insieme a Palazzo Chigi, infatti, Mario Draghi eredita anche la presidenza del G20, assegnata all’Italia nel 2021 e che avrà il momento culminante nel summit in calendario a Roma per il 31 ottobre prossimo. Per Draghi potrebbe essere l’occasione di replicare la svolta storica che impresse alle politiche monetarie globali al simposio dei banchieri centrali di Jackson Hole, Wyoming, USA, nell’agosto del 2014, che di fatto segnò l’abbandono del vecchio "Washington Standard" definito alla fine degli anni 80 del secolo scorso e imperniato sulla disciplina fiscale e il rigore monetario, per adottare un nuovo standard, noto appunto come il Jackson Hole Standard, che mette invece al centro il sostegno all’occupazione e alla domanda.

QUANDO LA BUNDESBANK VOTAVA CONTRO

Facciamo un passo indietro, lasciando per ora sullo sfondo la composizione più o meno tecnica del nuovo governo italiano e il cammino più o meno accidentato del Recovery Plan e delle riforme che l’Europa chiede a Roma, e torniamo indietro al "whatever it takes" lanciato da Draghi appena arrivato alla guida della BCE in piena crisi del debito sovrano nel luglio del 2012, parlando guarda caso a Londra alla Global Investment Conference e non dall’Eurotower di Francoforte. In quell’occasione passata alla Storia, mentre gli spread del debito di Spagna, Portogallo, Italia, Grecia e Cipro erano fuori controllo, Draghi annunciò le "outright monetary transactions", vale a dire acquisti di titoli di Stato diretti a prevenire divergenze tra i rendimenti dei titoli di Stato emessi da Stati membri dell’euro. Qualche giorno dopo fece approvare le OTM dal direttivo della Bce, con il voto contro della Bundesbank, fissando l’inizio di settembre per la partenza del programma.

SENZA SPENDERE UN SOLO EURO

La Bce non spese mai neanche un centesimo in OTM, ma l’effetto fu di far precipitare comunque gli spread, quello BTP-Bund ad esempio piombò dai quasi 500 punti toccati pochi giorni prima del discorso di Londra, nonostante Mario Monti fosse arrivato a Palazzo Chigi da nove mesi, a poco più di 250 a fine 2012, ma anche quello dei Bonos spagnoli scese da area 600 punti a intorno a 300 nello stesso arco di tempo. Come in un film western, all’eroe con la pistola bastò appoggiare la mano sulla fondina per far desistere da tentazioni bellicose gli avventori del "saloon", risparmiando cartucce e spargimenti di sangue. Ma Draghi aveva bisogno di una piattaforma globale per affermare e consolidare la sua linea e trasformare le OTM in un vero e proprio Quantitative Easing alla Ben Bernanke. La piattaforma la costruì due anni dopo a Jackson Hole e la implementò da capo della Bce a Francoforte nel gennaio del 2015. Ma cosa aveva detto Draghi in Wyoming?

UN POLITICO SMALIZIATO

Ci affidiamo alla ricostruzione di Gavyn Davies sul Financial Times del 25 agosto del 2014, che "by the way" definì nel suo articolo Draghi un "cunny political operator", un politico smaliziato, alla faccia di chi ancora oggi in Italia lo definisce un tecnico. Da ricordare che allora le politiche di bilancio e le politiche monetarie viaggiavano in direzioni opposte, nel segno del rigore e della disciplina le prime e in quello dell’allentamento le seconde. Draghi propone una revisione basata sull’allineamento, chiedendo alle politiche fiscali un allentamento keynesiano a supporto della domanda e riforme strutturali a cominciare dal mercato del lavoro, che la politica monetaria avrebbe accompagnato abbassando l’asticella del "tasso di interesse neutrale" per sostenere la crescita economica ed evitare la trappola della liquidità causata dalla deflazione.

EFFETTO STABILIZZANTE

Cinque mesi dopo passa dalle parole ai fatti varando il Quantitative Easing europeo da 60 miliardi al mese. L’effetto stabilizzante sul costo del debito dei paesi periferici si consolida, con la notevole eccezione dell’Italia, dove gli strappi anti-euro della primavera-estate del 2018 rispingono lo spread a livelli di guardia. Continua a mancare però l’allineamento di politiche fiscali e monetarie, sia in America che soprattutto in Europa, fino a che non arriva la pandemia del 2020 e costringe la politica a chiudere il cerchio disegnato da Draghi a Jackson Hole, con i massicci stimoli fiscali di Washington ma soprattutto con il Next Generation EU di Ursula von der Leyen. Ora bisogna, come si dice, mettere i cavalli a terra, vale a dire mettere al lavoro le migliaia di miliardi messe sul piatto per far partire una crescita robusta e sostenibile.

CRESCITA FINANZIATA DAL DEBITO BUONO

Da premier di un paese che ha imboccato la strada giusta e da voce più autorevole d’Europa riconosciuta da tutto il mondo, al summit del G20 di ottobre a Roma Mario Draghi potrebbe replicare sette anni dopo la svolta di Jackson Hole, proponendo il modello europeo di crescita sostenibile finanziata da debito "buono" come nuovo standard delle politiche di bilancio delle economie più sviluppate del pianeta, a cominciare dalle due superpotenze rivali USA e Cina.

BOTTOM LINE

Dal punto di vista dell’investitore, Mario Draghi può rappresentare un valore da aggiungere non solo agli asset italiani, ma anche a quelli europei, prezzati ancora a forte sconto rispetto a quelli delle altre due grandi aree economiche, soprattutto se si parla di mercati azionari. La statura dell’uomo è notevole, per misurarla forse bisogna alzare un po’ lo sguardo.