Contratti a progetto: cosa cambia con la riforma del lavoro

Le modifiche messe in atto dalla riforma Fornero sulla vecchia disciplina delle Collaborazioni coordinate e continuative a progetto hanno un obiettivo prioritario: disincentivare il ricorso non concreto e non genuino, da parte dei datori di lavoro, di questo istituto. Le novità del nuovo testo sono molte, eccole nel dettaglio.

Secondo il nuovo art. 61 comma 1, D. Lgs n° 276/2003 il “progetto” resta l’unico ed indispensabile requisito cui ricondurre i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa sottoscritti successivamente al 18 luglio 2012, data di entrata in vigore della L. n. 92/2012. Come riconoscere ciò che è davvero un “progetto”? È su questi aspetti di riconoscibilità che la nuova normativa sembra concentrare l’attenzione. I  nuovi co.co.pro “devono essere riconducibili ad uno o più progetti specifici determinati dal committente e gestiti dal collaboratore” e non più, come nella precedente formulazione a “programmi di lavoro o fasi di esso”. Ciò che era generico nella precedente normativa viene accuratamente specificato in quella attuale, in modo da limitare i margini di operatività ai datori di lavoro che vogliano utilizzare queste forme di contratto in maniera fraudolenta. Sostanzialmente il progetto deve essere “funzionalmente collegato a un determinato risultato finale” tanto che in sede di contratto alla vecchia indicazione del progetto viene sostituita la descrizione del progetto con l’individuazione di un ben preciso contenuto caratterizzante. Il contenuto del progetto, inoltre, deve indicare l’attività prestata dal collaboratore dalla quale si attende un determinato risultato obiettivamente verificabile. Con questo giro di vite normativo il risultato finale diventa, di fatto, elemento necessario per la validità del contratto.

Ma come si riconosce la specificità del progetto? Nella circolare 29/2012 del Ministero del lavoro e delle politiche sociali viene citata una sentenza del Tribunale di Milano, datata 18 luglio 2011, che chiarisce come il progetto “pur avendo ad oggetto attività rientranti nel normale ciclo produttivo dell’impresa e, quindi, non necessariamente caratterizzato dalla straordinarietà od occasionalità, deve pur sempre distinguersi da essa, costituendo un obiettivo o un tipo di attività che si affianca all’attività principale senza confondersi con essa”. Insomma, pur essendo “emanazione” e “proiezione” del core business, il progetto si caratterizza per una propria autonomia di contenuti e obiettivi. In un’azienda produttrice di software il progetto è la creazione di un programma informatico con particolari caratteristiche e funzioni, mentre non lo è la collaborazione nello sviluppo di tutti i software prodotti dall’azienda. Per fare un altro esempio, nell’ambito di un’attività di rilevazioni statistiche, può definirsi progetto la raccolta dei dati e la curatela fino all’elaborazione finale di una singola ricerca.

Altro elemento che il legislatore esplicita rispetto alla precedente formulazione normativa è il fatto che nelle modalità di svolgimento della prestazione non emergano elementi di routinarietà o elementarietà. L’art. 61 stabilisce al comma 1 che “il progetto non può comportare lo svolgimento di compiti meramente esecutivi o ripetitivi” laddove per compito meramente esecutivo si intenda la mera attuazione di quanto impartito dal committente senza alcun margine di autonomia, anche operativa, da parte del collaboratore. Per “ripetitivi”, invece, si intendono quei processi nei quali non è necessaria, di volta in volta, alcuna indicazione da parte del committente (per esempio l’attività di barista o di un cameriere).

Il documento redatto dal Ministero del Lavoro contiene una serie di mansioni che non dovrebbero ricadere sotto l’operatività dei co.co.pro e, dunque, passibili di contestazione da parte del lavoratore. A titolo meramente esemplificativo e non esaustivo e sulla base degli orientamenti giurisprudenziali già esistenti, il Ministero indica attività per cui – proprio a causa della mera esecutività e ripetitività - non è possibile l’inquadramento in un genuino rapporto di collaborazione coordinata e continuativa: addetti alla distribuzione di bollette, giornali ed elenchi telefonici, alle agenzie ippiche, alle pulizie, autisti e autotrasportatori, baristi e camerieri, commessi e addetti alle vendite, custodi e portieri, estetiste e parrucchieri, facchini, istruttori di autoscuola, magazzinieri, manutentori, muratori e operai del settore edile, piloti, assistenti di volo, prestatori d’opera nel settore agricolo, addetti a segreterie e terminali, alla somministrazione di cibi e bevande e di prestazioni in call center in modalità in bound.  Non essendo facilmente riconducibili a un progetto finalizzato a un’autonomia di risultato obiettivamente verificabile, queste attività possono essere ricondotte nell’alveo della subordinazione adottando appositi provvedimenti sul piano lavoristico e previdenziale.

Per quanto riguarda il compenso, dopo averlo esplicitato, come accadeva nella precedente normativa, esso deve essere proporzionato alla quantità e qualità dell’attività svolta. Il nuovo art.63 comma 1 D.Lgs 276/2003 afferma che lo stesso “non può essere inferiore ai minimi stabiliti in modo specifico per ciascun settore di attività in ogni caso sulla base dei minimi salariali applicati nel settore medesimo alle mansioni equiparabili svolte dai lavoratori subordinati”. Laddove non vi sia una specifica contrattazione collettiva specifica entreranno in gioco le retribuzioni minime previste dai contratti collettivi di categoria applicati nel settore di riferimento alle figure professionali il cui profilo di competenza ed esperienza sia analogo a quello del collaboratore a progetto”.

Nella Circolare emessa dal Ministero si parla anche degli aspetti sanzionatori. L’art. 69, comma 1, dispone che la mancata individuazione del progetto determini la costituzione di un rapporto di lavoro di natura subordinata a tempo indeterminato. Il comma 2 disciplina l’ipotesi che il collaboratore a progetto esegua le prestazioni in maniera non autonoma bensì con modalità analoghe a quelle dei lavoratori subordinati. In questo secondo caso si opererà una prestazione relativa di subordinazione suscettibile di prova contraria da parte del committente, il quale, in giudizio, dovrà dimostrare la genuinità della collaborazione.