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Il contropiede ribassista della politica

Pierluigi Gerbino
 

Mentre l’America ieri si è fermata per celebrare la sua Festa del Ringraziamento e le famiglie si sono riunite a tavola attorno al tradizionale tacchino ripieno, smettendo per un giorno di pensare avidamente al rialzo degli indici azionari, le altre borse hanno cominciato a valutare i possibili sviluppi della grana Hong Kong sulle trattative commerciali.

Come sembra ovvio, i fatti depongono a favore di una drastica diminuzione dell’ottimismo, se non sull’esito degli eterni negoziati, almeno sui tempi del raggiungimento dell’accordo per fermare l’escalation  dei dazi reciproci, che tanto danno stanno infliggendo al commercio mondiale.

Pare il tipico caso in cui gli ideali democratici si scontrano con il cinico senso degli affari. Non è la prima volta in cui questo accade, anzi la storia è piena di situazioni in cui a parole si fanno altisonanti dichiarazioni sui valori per poi piegarli in concreto agli interessi degli affari.

Questo pare essere un altro banco di prova, su cui verrà testata la caratura morale del Presidente americano, che si trova al classico bivio tra la difesa dell’ideale ed il raggiungimento di uno scopo commerciale.

I fatti degli ultimi giorni ci hanno mostrato che l’opinione pubblica e tutto il mondo politico  americano, senza distinzione di parte, ha fatto fronte comune nell’appoggiare la protesta ad Hong Kong degli oppositori al regime cinese, che da mesi chiedono maggior democrazia ed un rafforzamento della semi-autonomia dal regime di Xi.

Pechino finora ha sempre represso le proteste con metodi piuttosto duri della polizia e schierato l’esercito alle porte di Hong Kong, pronto ad intervenire con maggior determinazione in caso di bisogno, mostrando che la stabilità della dittatura non scende a compromessi con le pretese della democrazia occidentale. Anzi, ha più volte manifestato irritazione per la curiosità dei mass media occidentali e raccomandato in particolare agli USA di non interferire in questa faccenda interna cinese.

La scorsa settimana i due rami del Parlamento USA hanno approvato all’unanimità la legge “Hong Kong Human Rights and Democracy Act of 2019”. Il testo impegna l’Amministrazione USA a valutare ogni anno il livello della democrazia ed il rispetto dei diritti umani nella regione semi-autonoma e lega il livello delle facilitazioni per il commercio tra USA ed Hong Kong proprio al livello di democrazia che lì viene garantito. Trump aveva 10 giorni di tempo per esercitare il suo potere presidenziale di ratificarla oppure bocciarla, se avesse constatato che interferiva con gli indirizzi della politica estera americana, sua prerogativa costituzionale. Intanto i cinesi a più riprese hanno ammonito a non ratificare il provvedimento, dicendosi pronti a dure ritorsioni.

Trump ha tergiversato qualche giorno, ma , per le pressioni ricevute dal suo stesso partito, non ha potuto evitare di ratificare il provvedimento nella serata americana di mercoledì (a borse già chiuse), lasciandosi tuttavia uno spiraglio da usare in caso di emergenza. La nota ufficiale della Casa Bianca, dopo aver annunciato la firma presidenziale, aggiunge la frase sibillina “Alcune disposizioni dell'Atto potrebbero interferire con la politica estera degli Stati Uniti. La mia amministrazione tratterà queste disposizioni seguendo le prerogative costituzionali del Presidente”.

Traduzione dal politichese: “Firmo l’atto perché altrimenti smentisco il Parlamento e perdo voti, ma se in futuro questo potesse mandare all’aria i negoziati con la Cina, state tranquilli che lo sospenderò.”

E’ seguita la dura reazione ufficiale cinese, che ha convocato l’ambasciatore USA e minacciato “dure ritorsioni” ma per ora non le ha attuate.

I mercati ieri aperti, cioè tutti tranne quelli USA, sono stati presi un po’ in contropiede dalle vicende politiche, sebbene non si può dire che la ratifica di Trump fosse un evento imprevedibile. Diciamo che è un evento snobbato, sebbene previsto. Tuttavia ieri abbiamo visto i mercati asiatici reggere abbastanza bene, con cali non troppo evidenti, al di sotto del punto percentuale. Quelli europei hanno avuto un comportamento analogo: dopo un’apertura in gap ribassista la seduta si è chiusa in parziale recupero dai minimi segnati in mattinata ed il calo in chiusura si è limitato a -0,23% per Eurostoxx50 e -0,31% per il Dax tedesco. Un po’ peggio è andato il nostro Ftse-Mib, anche a causa della gazzarra sconclusionata di polemiche sulla riforma europea del Fondo Salvastati, che fornisce l’impressione al mondo di un paese che non sa che cosa significhi partecipare ad un organismo sovranazionale. Il nostro indice ha chiuso a -0,61%, con lo spread risalito a quota 169.

L’impressione è che ieri i mercati abbiano annusato un’aria non buona, ma, in mancanza del maschio alfa americano, il branco dei listini azionari mondiali si è limitato ad innervosirsi, senza muoversi più di tanto.

Oggi però dall’Asia sembra che il nervosismo si intensifichi. La Borsa di Tokio, che aveva aperto in positivo, ha chiuso in ribasso, anche se non significativo. Gli indici cinesi paiono scendere anche oggi sebbene in modo non drammatico, ma è sulla borsa di Hong Kong che si vede una drastica crescita di pessimismo, poiché l’indice Hang Seng lascia sul terreno, mentre scrivo, oltre il due per cento di calo.

La chiave interpretativa della giornata odierna non è tanto quella di vedere se la correzione colpirà anche i listini americani. In USA la giornata è semifestiva, ad orario ridotto e con pochi operatori al lavoro. Pertanto, qualunque cosa succeda, dovrà essere confermato lunedì per essere considerato.

Credo che occorrerà invece tenere d’occhio le agenzie, oggi e nel week-end, per verificare innanzitutto se i cinesi si limitano ad abbaiare contro l’ingerenza USA oppure se faranno qualche mossa ostile ufficiale. Più il tempo passa senza reazione concreta cinese, più ad Hong Kong l’opposizione si rafforzerà e i mercati capiranno che in realtà, pur di fare l’accordo con Trump, si accetta anche lo schiaffo rifilato dal Parlamento americano.

Se i cinesi invece dovessero colpire con una ritorsione reale, la patata bollente passerà a Trump, che dovrà scegliere: se fa il duro e risponde all’escalation, l’accordo svanirà. Se mostra invece che della democrazia non gliene importa nulla, quando rovina il business, e farà l’agnellino con i cinesi ed il giuda con l’opposizione di Hong Kong (se ci pensate l’ha già fatto poche settimane fa con i curdi), credo che perderà molto consenso in patria e forse il suo declino politico sarà segnato.

Come posizione non mi pare tra le più comode.

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online