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Coronavirus, quanto sarà forte l’impatto sul Pil Usa?

Fabrizio Arnhold
Coronavirus, quanto sarà forte l’impatto sul Pil Usa?

Per Invesco, la recessione è inevitabile, c’è solo da capire l’entità e la durata negli Stati Uniti ma anche nel resto del mondo. Nell’azionario sale l’indice Vix, segno di nervosismo sui mercati

Per contrastare la diffusione del coronavirus, i governi hanno imposto misure severe di isolamento domiciliare e distanziamento sociale. Lo shock globale a livello di domanda sarà molto forte e non è possibile quantificarlo con esattezza, fino a quando a livello globale non si arresteranno i contagi da Covid-19. In Cina, dopo la graduale ripresa delle attività, sembra che l’economia sia sulla strada della risalita.

L’IMPATTO SUL PIL USA

“La perdita effettiva dell’attività economica statunitense sarà difficile da stimare con precisione”, spiega nella sua analisi, Brian Levitt, Global Market Strategist Office di Invesco. “Si fa rilevare che circa il 50% dell’economia statunitense dipende da consumi non legati all’assistenza sanitaria. Settori come merci in generale e dettaglio, spettacolo e intrattenimento rappresentano oltre 2 trilioni di dollari USA della produzione economica statunitense, il che significa che circa il 10% dell’economia avrà un’attività limitata per settimane, se non più a lungo”. Le richieste di sussidi di disoccupazione hanno raggiunto quota 6,6 milioni. Nei prossimi due trimestri, quindi, è lecito attendersi un calo dell’attività economica a livello globale, più drastico del 2008.

ENTITÀ E DURATA DELLA RECESSIONE

Per Levitt, la questione non è più se ci sarà una recessione, bensì bisognerebbe iniziare a pensare all’entità e alla durata. “Continuiamo a credere fiduciosi nel fatto che l’accumulo della domanda latente in questo periodo protratto di distanziamento sociale, sia destinato a supportare la crescita nella seconda parte dell’anno, posto che il contenimento del virus abbia successo”, si legge nell’analisi di Invesco. “Tuttavia moderiamo le nostre aspettative di ripresa perché ci attendiamo ripercussioni sui consumi futuri, a causa della disoccupazione”. Nei prossimi due trimestri la crescita economica americana subirà una profonda contrazione. “Fortunatamente per gli investitori - aggiunge Levitt - la storia insegna che i mercati finanziari toccano il punto più basso quattro mesi prima del minimo dell’attività economica”.

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GLI INDICATORI DA OSSERVARE

Si è già toccato il minimo? “L’indice della volatilità, il Vix, ha registrato l’aumento di percentuale storicamente maggiore”, è l’analisi di Talley Leger, Investment Strategist Invesco, “il che è positivo in un’ottica controcorrente”. Da tenere d’occhio anche la percentuale di azioni quotate al New York Stock Exchange, al di sopra della rispettiva media mobile a 200 giorni e il rapporto put-call, “una misura del rapporto tra investitori ribassisti e rialzisti”, aggiunge Leger che cita anche l’Investors Intelligence Advisors Sentiment Report. Nello specifico, “la percentuale di consulenti ribassisti al netto della percentuale dei rialzisti” sta per invertirsi, ma non l’ha ancora fatto. Alla luce di queste considerazioni, la forte volatilità nel breve può creare opportunità a lungo termine, per gli investitori dall’adeguato orizzonte temporale.

UNO SGUARDO SULL’OBBLIGAZIONARIO USA

Le misure della Fed saranno fondamentali per non mandare in crisi il sistema. “Gli spread sono ampi in termini storici e il credito societario Usa investment grade appare più interessante rispetto all’high yield”, spiega Tim Horsburgh, CFA Investment Strategist North America Invesco, che vede più capacità per i titoli di alta qualità “di assorbire gli incombenti contraccolpi finanziari”.