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Cos'è l'Ambient Tv e perché non ne possiamo più fare a meno

Di Carla Amarillis
·3 minuto per la lettura
Photo credit: CAROLE BETHUEL/NETFLIX
Photo credit: CAROLE BETHUEL/NETFLIX

From ELLE Decor

Quando Brian Eno ha coniato il termine “musica ambient” nell’album del 1978 Ambient 1: Music for Airports ha definito quel flusso di composizioni lente e melodiche una realtà sonora “tanto ignorabile quanto interessante”, qualcosa a cui non siamo necessariamente tenuti a prestare attenzione ma di abbastanza seducente da non lasciarci delusi se decicidiamo di farlo. La stessa cosa, scrive Kyle Chayk a sul New Yorker, succede nella nuova serie TV Netflix Emily in Paris, una sequenza di episodi “rilassante, lenta e relativamente monotona, con momenti drammatici troppo predeterminati per essere davvero drammatici” in cui “non succede mai niente di brutto” per quasi tutto il tempo. Secondo l’autrice Emily in Paris diventa portabandiera di un nuovo genere televisivo a cui Netflix sta facendo da apripista: la TV Ambient, un genere figlio dello streaming di cui fanno parte un’ampia serie di produzioni, a partire da reality show come Dream Home Makeover, Chef’s Table o Get Organized with the Home Edit.

Se fino all’anno scorso ci abbuffavamo di binge watching lasciando il telecomando intatto tra un “prossimo episodio” e l’altro, presi da serie Tv drammatiche e piene di colpi di scena ed entusiasti di non dover aspettare la settimana successiva, ora che la casa è diventata il nostro set di qualunque cosa, dallo smartworking al tempo libero del weekend, nulla ci impedisce di lasciare la TV accesa tutto il giorno, mentre facciamo qualunque cosa.

Il secondo genitore di questa TV d’ambiente, che non emoziona e non disturba, è la Slow TV che si era affacciata al mondo senza troppo successo nella seconda decade del XXI secolo con produzioni come il video di oltre sette ore di un viaggio in treno da Bergen a Oslo, girato nel 2009, e le dodici ore della marea nello stretto di Saltstraumen girate nel 2016. Ma se questo tipo di televisione provava a stimolare la coscienza immaginativa degli spettatori, l’ambient TV ha un obiettivo completamente diverso: “cancellare completamente il pensiero, attenuando qualsiasi trama o dissonanza dirompente” scrive ancora Chayka “Fornisce un oblio lucido e confortante o, come scrisse una volta Matisse, dei suoi dipinti, ‘qualcosa come una buona poltrona’”.

Su Vulture Kathryn VanArendonk guarda lo stesso fenomeno da un altro punto di vista, quello dei mesi vissuti “con il terrore di una pandemia globale che ha mandato l'ansia alle stelle e ha reso la TV uno dei pochi canali di intrattenimento sicuri” in cui il desiderio di comfort è diventato particolarmente evidente con il successo di show come il surreale Tiger King, ma non è detto che questo sia un male.

“C'è la crescente consapevolezza – scrive VanArendonk – che una TV confortante e poco impegnativa può essere degna del plauso della critica. (…) Non tutta la comfort-TV è fantastica, ma nemmeno tutta la TV di prestigio. La differenza ora è che l'accessibilità e l'allegria non rendono immediatamente uno spettacolo meno importante. Il desiderio per la TV mostra che mettere in primo piano il piacere piuttosto che la disperazione non è una forma di debolezza. La TV che ci rende tristi non è intrinsecamente migliore. La pandemia è stata l'ultima campana a morto di ‘prestigio’ come indicatore significativo di qualsiasi cosa, e sono felice di vederlo scomparire”.