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Così nel 2021 l'inflazione ha cambiato le banche centrali

·3 minuto per la lettura

Se avevano aperto il 2021 compatte nella risposta 'dinamica' - leggi tassi a zero e forti interventi di stimolo - alla crisi coronavirus, che aveva aggravato il già preoccupante problema di una inflazione a dir poco anemica, le principali banche centrali chiudono l'anno su posizioni decisamente divergenti. In realtà c’è una linea più o meno comune sul ritiro delle misure di emergenza, ovvero gli acquisti imponenti di titoli di stato che hanno permesso ai governi di finanziare tranquillamente gli interventi eccezionali legati alla crisi: gli annunci sono stati fatti e la riduzione degli interventi è avviata, anche se la porta è sempre aperta a necessari ripensamenti, come ha spiegato la presidente della BCe Christine Lagarde dopo l’ultimo summit del 2021.

Assai diverso è invece l’approccio sui tassi, tagliati a ripetizione negli ultimi dieci anni fino a scendere a zero (e anche sotto): davanti a una inflazione ‘verticale’, questo approccio non sembra però più essere giustificato. E qui le linee di azione sono grosso modo di tre tipi: chi ha già agito, chi lo ha dato per certo nel prossimo futuro e chi preferisce attendere ancora qualche mese.

La prima linea è quella adottata - fra le grandi - per ora solo dalla Bank of England, che davanti un’inflazione che ad aprile 2022 potrebbe salire al 6% a metà dicembre ha ritoccato il proprio tasso di riferimento di 15 punti, portandolo allo 0,25%. Livelli ancora storicamente ‘infimi’ ma la strada sembra segnata con altri tre interventi dati per scontati entro fine 2022. In realtà, in questo fronte la palma della banca centrale più decisa spetta alla Norvegia, che a metà dicembre ha rialzato i propri tassi per la seconda volta nel 2021, portandoli allo 0,50% e indicando nuovi possibili ritocchi fino all’1,25% entro fine 2022. Dall’altra parte del globo anche la banca centrale della Nuova Zelanda ha già compiuto due rialzi (il livello attuale ora è allo 0,75%) nonostante l’impatto pesantissimo dei lockdown sull’economia nazionale.

Nella seconda categoria, quella delle ‘colombe’ pentite, il posto d’onore spetta alla Federal Reserve che nell’ultimo meeting del Fomc ha comunicato la fine degli acquisti entro marzo 2022, gettando le basi per una serie di rialzi dei tassi più rapida del previsto: il primo è atteso dai mercati entro giugno, ma non si escludono sorprese.

A spingere il presidente della Fed Jerome Powell a sposare questa accelerazione i miglioramenti sul fronte occupazionale e di contro l’aumento del rischio inflazione: le stesse indicazioni che sembrano guidare il suo collega della Bank of Canada Tiff Macklem. Con una inflazione al 4,7% un primo rialzo dallo 0,25% attuale appare scontato.

Leggermente più prudente, invece, l’atteggiamento della Reserve Bank of Australia che ha anticipato di un anno, al 2023, la data del primo rialzo dall’attuale 0,1% ma sta valutando tempi e modi per la fine degli acquisti settimanali di titoli per 4 miliardi di dollari australiani. Stesso ‘anticipo’ viene stimato come possibile per la Riksbank, la banca centrale svedese che potrebbe abbandonare già nel 2023 lo 0% del suo tassi di riferimento, vista una inflazione ai massimi degli ultimi 25 anni.

A guidare i ‘prudenti’ invece è soprattutto la Bce, che - nonostante una crescita dei prezzi balzata al 4,9%, considera il fenomeno transitorio (aggettivo abbandonato dalla Fed) e si limiterà nel 2022 a chiudere gli acquisti da 1850 miliardi di euro del programma ‘pandemico’ Pepp per sostituirli con quelli dell’App, ovvero un Quantitative Easing più tradizionale.

Nessun ripensamento sui tassi (fermi a -0,10%) infine dalla Bank of Japan che, visto un livello di inflazione ancora lontano dal 2%, si limiterà a rallentare gli interventi, mentre la Banca Nazionale Svizzera giudica ancora ‘appropriato’ l’approccio della propria politica monetaria espansiva: più che il rialzo dell’inflazione (a fine 2022 stimata appena allo 0,7%), a Berna sembra preoccupare la rivalutazione del franco, di qui la scelta di mantenere a –0,75% il tasso guida della BNS, il livello più basso al mondo.

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