Cosa fare se l'azienda non paga i contributi

Quattro aziende su cinque non sono in regola. E ben l’85 per cento hanno lavoratori in nero. L’ultimo rapporto annuale Inail mette in luce come, in Italia, sia crescente il numero dei datori di lavoro che non pagano i contributi ai dipendenti e collaboratori oppure, nel peggiore dei casi, non denunciano neanche la loro assunzione all’Inps. Cosa fare, quindi, se ci si accorge che l’azienda per la quale si lavora non ha versato i contributi previdenziali?

Per prima cosa occorre verificare la propria situazione contributiva all’Inps. E’ possibile farlo sia presentandosi direttamente agli sportelli della sede più vicina, oppure basta cliccare sul portale (www.inps.it) , accedere alla propria area personale con il codice pin e dare un’occhiata a quanti e quali contributi risultano pagati all’Istituto previdenziale. E’ importante, inoltre, controllare con attenzione anche la busta paga: ogni mese deve essere riportata una voce che preveda il versamento di una somma proprio all’Inps. Lo stesso discorso vale per contratti di professionisti iscritti ad una cassa previdenziale privata. Ai liberi professionisti, invece, spetterà il compito di provvedere autonomamente al versamento dei contributi su base annua.

Cerchiamo di capire cosa fare nel caso si venisse a scoprire che il datore di lavoro non ha provveduto al versamento dei contributi. Può succedere che la mancanza sia solo di qualche mese o ci si può imbattere anche in casi in cui non sia mai stato versato neanche un centesimo. Diciamo subito che si tratta di un’inadempienza nei confronti dei dipendenti e dell’Inps, punibile con sanzioni civili e pecuniarie. “Il datore di lavoro ha l’obbligo di comunicare all’Inps l’assunzione e anche l’eventuale trasformazione o cessazione del rapporto di lavoro”, si legge sul sito dell’Istituto nazionale per la previdenza sociale. Se il datore di lavoro omette o ritarda la comunicazione obbligatoria all’Inps, deve pagare una sanzione amministrativa alla Direzione provinciale del lavoro che va da 200 a 500 euro per ogni lavoratore di cui non è comunicata l’assunzione. Se i contributi non sono mai stati pagati, sono anche previste delle sanzioni civili che si sommano a quelle amministrative appena descritte, pari al 30% su base annua, calcolate sull’importo dei contributi evasi, con un massimo del 60% e comunque con un minimo di 3mila euro.

Quando, invece, i contributi vengono pagati in ritardo, sono previste sanzioni pecuniarie calcolate al tasso in vigore alla data del pagamento o di calcolo (oggi pari al 6,50% su base annua) e comunque per un massimo del 40% sull’importo dovuto nel trimestre o sulla somma residua da pagare. Questa possibilità, però, riguarda solo i datori di lavoro che effettuano spontaneamente il versamento entro 12 mesi dal termine del pagamento, e prima di eventuali contestazioni da parte dell’Inps, Inail o Ispettorato del lavoro. In tutti gli altri casi, invece, l’evasione contributiva prevede una sanzione con aliquota del 30% su base annua (e non più del 6,50%) sull’importo del trimestre evaso.

Rimane inteso che spetta al lavoratore allertare l’Inps nel caso si accorgesse della mancanza di contributi versati. L’Inps, a sua volta, si attiverà nel minor tempo possibile per il recupero del denaro dopo aver effettuato tutte le verifiche del caso. L’obbligo di versare i contributi può cadere in prescrizione se non viene esercitato il diritto/dovere nell’arco di 5 anni, secondo l’articolo 3, comma 9, legge n.335/1995. Tale limite, però, diventa di 10 anni se a segnalare l’evasione da parte del datore sia il lavoratore stesso o i suoi eredi. Nell’eventualità in cui il vuoto contributivo fosse finito in prescrizione, resta valido il diritto del lavoratore nel richiedere all’Inps la costituzione di una rendita vitalizia, ossia il versamento da parte del lavoratore o dell’azienda per un importo pari alla quota di pensione in più che spetterebbe (omissione contributiva parziale). Stesso discorso anche nel caso di omissione totale. La somma da versare cambia a seconda dell’età del lavoratore, alla sua retribuzione, al sesso, all’ampiezza del periodo da regolarizzare e da quello già coperto dai contributi versati. Queste somme, che è possibile versare sia a rate con in un’unica soluzione, si sostituiscono ai contributi per il periodo in cui questi non erano stati versati e da un punto di vista previdenziale svolgono la stessa identica funzione. La rendita vitalizia, infine, può essere richiesta anche se il lavoratore percepisse già una pensione: dopo aver versato l’importo ulteriore, l’Inps provvederà a ricalcolare la pensione, con un assegno mensile più alto.

Pesaro, dipendenti lavorano in nero ma sono in cassa integrazionePesaro, (TMNews) - Al lavoro regolarmente tutti i giorni, anche se in Cassa integrazione. La Guardia di finanza di Pesaro ha scoperto una azienda che faceva lavorare in nero i dipendenti per i quali da tempo aveva chiesto all'Inps il ricorso agli ammortizzatori sociali. L'azienda per gli anni 2010, 2011 e 2012 aveva sottoscritto con le organizzazioni sindacali appositi accordi per la cassa integrazione ordinaria, con una riduzione dell'orario di lavoro da 40 a 0 ore settimanali. Poi ha omesso di contabili