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Cosa non abbiamo (ancora) capito sul rapimento di Silvia Aisha Romano e perché si torna a parlarne

Di Elisabetta Moro
·3 minuto per la lettura

"È incinta", "Soffre della ' sindrome di Stoccolma'", "Si è sposata", "Dovrebbe essere grata", "Non sapeva che rischi stava correndo", "L'hanno obbligata a convertirsi all'Islam". Vi ricordate quante cose (leggi "malignità") si sono dette sul caso Silvia - oggi Aisha - Romano? Vi ricordate la gogna mediatica, l'accanimento e il tentativo di incasellare lei e la sua vicenda dentro limiti ben precisi? È difficile dimenticarsene, in realtà, perché per settimane, dopo che la ventiseienne milanese rapita in Kenya è stata liberata, non si è parlato d'altro e non sempre - per l'appunto - in termini positivi, anzi. Oggi la vicenda torna sulla bocca di tutti. Perché? Perché sul rapimento di Romano ci sono ancora molte cose che non sappiamo, molti dubbi, dietrologie e ricostruzioni di fatti che forse non conosceremo mai fino in fondo. E quindi, ragazze, non possiamo non conoscere la sua storia perché la verità (forse) non la sapremo mai.

Aisha Romano si trovava in in Kenia dove collaborava con una onlus marchigiana quando il 20 novembre 2018 è stata prelevata da degli uomini armati di machete dal villaggio di Chacama, a circa ottanta chilometri dalla capitale Nairobi. Per 18 lunghi mesi Romano è rimasta in mano ai suoi rapitori mentre le notizie sulle trattative per il suo rilascio arrivavano frammentate e contraddittorie. A maggio di quest'anno, poi, finalmente la ragazza è stata liberata in Somalia e l'abbiamo vista arrivare all'aeroporto in abiti islamici, felice di riabbracciare i genitori e pronta a mostrare al mondo la sua conversione all'Islam e la sua nuova identità come Aisha Romano. Questo è quello che i media ci hanno mostrato ma, su come si sono svolte le operazioni di salvataggio e sull'esperienza personale di Aisha c'è ancora chi si fa tante domande.

In un recente servizio de Le Iene, ad esempio, si parla di incongruenze, interessi economici e scontri di potere che potrebbero aver ritardato la liberazione della ragazza esponendola a gravi rischi. Secondo Massimo Alberizzi, storico corrispondente del Corriere della Sera che per mesi è stato sul campo in Kenya per ricostruire la vicenda, Romano sarebbe stata localizzata per ben due volte dai ranger del posto senza però ottenere l'autorizzazione a liberarla. Dalla sua testimonianza e dalla ricostruzione del servizio sembra che ci fossero atteggiamenti contraddittori ai piani alti e problematiche legate ai rapporti con i Servizi Segreti e con la polizia locale. Romano è stata liberata in un villaggio a pochi km da Mogadiscio il 10 maggio del 2020 grazie a un'operazione congiunta con le forze speciali turche, ma quello che Le Iene e Alberizzi si chiedono è se siano state perse occasioni preziose che avrebbero consentito di liberarla molto prima.

Photo credit: Pier Marco Tacca - Getty Images
Photo credit: Pier Marco Tacca - Getty Images

Troveremo risposte a queste domande? Per ora ci sono solo ipotesi. In mezzo a tanti dubbi, però, rimane la figura di Aisha Romano e rimangono quei giorni di insulti e giudizi che ci hanno ricordato ancora una volta quanto per una donna sia difficile uscire dal tracciato e assumersi dei rischi senza venire sminuita e attaccata. Rimane la rabbia feroce per il suo mostrarsi musulmana, libera e donna, per non essere apparsa come la vittima sottomessa e pentita che in molti evidentemente si aspettavano. Davvero ancora oggi non possiamo sopportare che una donna decida per se stessa? Anche a questo dovremmo provare a rispondere.

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