Cosa sono i ccnl

Storia ed evoluzione dei contratti collettivi nazionali del lavoro

Italia, 1927. Benito Mussolini è al governo da cinque anni e il Fascismo è un regime la cui macchina è perfettamente avviata. Il 30 aprile di quell'anno viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la cosiddetta Carta del Lavoro. Pur trovandosi ospitata nel periodico che, con la pubblicazione, dà vigore ed efficacia alle leggi dello Stato, la Carta non è un atto che abbia forza di legge. E' invece un manifesto programmatico con il quale il regime fonda la propria ideologia del lavoro e della politica economica, improntando l'azione dello Stato con una forte valenza etica. Nella Carta, infatti, si legge che il lavoro è un "dovere sociale" il cui fine è garantire e assicurare "la potenza della Nazione". Un compito che non può essere turbato da ostacoli; così, la Carta stessa viene vista come il documento con cui si pone termine alla lotta di classe.

Quel compito, evidenziato dalla consueta e tonitruante retorica fascista, trova uno strumento di applicazione decisivo nel contratto collettivo nazionale di lavoro, che proprio la Carta introduce nell'ordinamento giuridico italiano. Che il contratto sia il punto terminale della lotta di classe lo si legge all'articolo 4 del documento, in cui si parla di "solidarietà tra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori, e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione".

L'interesse superiore non è solo quello produttivo, ma soprattutto quello dello Stato. I contratti collettivi sono infatti come atti di diritto pubblico, stipulati da quei sindacati che, nel 1926, furono appunto trasformati in enti di diritto pubblico, ed è obbligatorio che datori di lavoro e lavoratori li concludano.

E' questo dunque il contesto in cui essi nascono, radicalmente diverso dall'attuale, figlio della caduta del Fascismo, dell'affermazione di una Repubblica meno affetta da "statolatria" e, successivamente, degli accadimenti di cui è costituita la storia delle relazioni industriali del dopoguerra italiano. Una storia lunga, che proviamo a sintetizzare per punti.

Dalla fine della guerra ai primi anni Sessanta
Nel primo dopoguerra e fino all'inizio e degli anni Sessanta, il contratto collettivo nazionale di lavoro è una specie di esclusiva dei grandi sindacati confederali: Cgil, Cisl, Uil. Sono loro che, trattando con le associazioni dei datori di lavoro, fissano su base nazionale aspetti decisivi quali le gabbie salariali e le quote minime contributive. I contratti di livello inferiore — quelli di categoria, come i metalmeccanici, o quelli aziendali — non fanno che recepire quanto stabilito a livello nazionale.

1960 -1968
Sono gli anni del boom economico. L'Italia vola, le famiglie raggiungono sogni quali l'utilitaria, le vacanze al mare, gli elettrodomestici, la tv. I lavoratori, motore della crescita, guadagnano peso; e con essi, i sindacati. Accade quella che viene definita "decentralizzazione del sistema", grazie alla quale i contratti collettivi di categoria e aziendali guadagnano un po' più di importanza.

1968-1975
Sono gli anni d'oro dei sindacati, che sull'onda della Contestazione ottengono la "legge fondamentale" in materia di lavoro, il cosiddetto "Statuto dei Lavoratori" (legge 300/1970). Il potere acquisito dalla classe operaia è massimo, e porta al massimo livello la decentralizzazione affiorata nel periodo precedente. In pratica, si ribalta il rapporto tra contratti aziendali e nazionali: i primi sono il vero traino per portare le innovazioni sul piano del trattamento dei lavoratori; i secondi fanno da cassa di risonanza, estendendo a livello nazionale le più importanti modifiche introdotte dai contratti aziendali.

Pagination

(2 Pagine) | Leggi tutto