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Cosa sta succedendo in Israele? Le immagini di questi giorni tratteggiano una situazione drammatica

·4 minuto per la lettura

È stato il primo Paese a uscire dalla pandemia e oggi è il primo a rientrare in guerra. Il ritorno alla normalità per Israele è coinciso con la riapertura dei conflitti armati israelo-palestinesi. Da venerdì 7 maggio pesanti scontri hanno incominciato a infiammare la città di Gerusalemme dove venti di protesta da parte di entrambi gli schieramenti hanno portato al lancio dei primi missili provenienti dalla Striscia di Gaza, dal 2007 sotto il controllo dell'organizzazione paramilitare palestinese Hamas, costola dei Fratelli Musulmani. A guidare lo scontro armato è stato il comandante militare Mohammed Deif, che nelle ultime ore ha intensificato gli attacchi estendendoli alle città di Tel Aviv e Lod, dove i feriti sono più di un centinaio e 5 le vittime già accertate. Intanto il governo ha ordinato la chiusura delle scuole e l'evacuazione di alcune aree a rischio e il primo ministro israeliano ha promesso che i bombardamenti contro Gaza verranno intensificati (sono già 43 i palestinesi rimasti uccisi), invitando i concittadini a prepararsi a un lungo periodo di combattimenti.

Photo credit: ABBAS MOMANI - Getty Images
Photo credit: ABBAS MOMANI - Getty Images

Mentre nel Paese si affilano i coltelli e ci si prepara a schierare l'artiglieria pesante, proviamo a capire cosa sta succedendo in Israele e cosa ha portato all'escalation del conflitto armato proprio negli ultimi giorni prima della fine del Ramadam. Se pensate che il mese sacro di digiuno e preghiera celebrato ogni anno dai praticanti di fede islamica non abbia nulla a che fare con questi scontri vi sbagliate, perché lo scorso venerdì sono state proprie le barriere schierate dalla polizia israeliana attorno alla Porta di Damasco a scatenare l'incidente diplomatico. Considerata una delle entrate principali alla Città Vecchia di Gerusalemme situata nella parte nord-ovest, la Porta di Damasco è un'area con un'ampia scalinata situata in prossimità delle mura, dove i giovani palestinesi sono soliti ritrovarsi, specialmente alla fine del digiuno quotidiano del Ramadam.

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Ebbene proprio in questa area la scorsa settimana alcuni gruppi di palestinesi si sono ritrovati circondati da barricate della polizia, che hanno giustificato il loro intervento dicendo di volere evitare assembramenti e disordini. Purtroppo il gesto è stato male interpretato dai palestinesi che hanno reagito con forti proteste, estese nel giro di poco tempo fino alla Spianata delle Moschee o Monte del Tempio, il luogo sacro per eccellenza di ebrei, islamici e cristiani. Da sempre oggetto di contesa, dopo la proclamazione dello Stato di Israele nel 1948 quest'area è rimasta nella parte araba di Gerusalemme fino al 1967, per passare dopo la Guerra dei Sei Giorni sotto il controllo israeliano e raggiungere infine lo status quo di zona sorvegliata dalla polizia israeliana, ma controllata dal gruppo Waqf, un'organizzazione di guardiani-archeologici che verificano che nulla venga spostato, ma che di fatto appartengono a una frangia di integralisti oltranzisti, che consentono agli ebrei l'accesso, ma non la preghiera.

Photo credit: Barcroft Media - Getty Images
Photo credit: Barcroft Media - Getty Images

In questo luogo di culto dal profondo significato religioso, ma anche dalle forti implicazioni politiche sono avvenute le proteste dei palestinesi contro la polizia, cui si sono sovrapposti i contrasti tra gruppi di giovani arabi ed estremisti israeliani che dopo aver visto dei video su Tiktok in cui alcuni ebrei venivano schiaffeggiati hanno deciso di intervenire. Ad aggravare la situazione l'ordine di sfratto del Tribunale della città nei confronti di alcune famiglie palestinesi residenti nella parte est di Gerusalemme a vantaggio di alcuni coloni israeliani che hanno ottenuto dal giudice la conferma del diritto di proprietà degli edifici, appartenuti a famiglie ebree prima della nascita dello Stato di Israele nel 1948, ma da 60 anni occupate da palestinesi, che a loro volta sono riusciti in questi giorni a ottenere un rinvio della decisione da parte della Corte Suprema. Il tutto mentre da due anni Israele non riesce ad avere un governo stabile e Benjamin Netanyahu, tuttora primo ministro ad interim, non riesce a trovare una maggioranza.

Photo credit: Amir Levy - Getty Images
Photo credit: Amir Levy - Getty Images

A provarci è ora il centrista Yair Lapid, a cui il presidente Reuven Rivlin ha affidato il compito di trovare una maggioranza nella Knesset, cioè il Parlamento, cercando consensi tra i fuoriusciti di Netanyahu, la destra dei coloni Shas, la sinistra storica dei laburisti israeliani e perfino tra i partiti arabo-israeliani. L'impresa però è ardua perché mentre i conflitti armati si intensificano, sia per laici che per religiosi la strada della diplomazia e della pace appare sempre più lontana. Con i missili che imperversano su Israele e la Striscia di Gaza, l'orizzonte del conflitto resta incerto: sullo sfondo solo un'Europa debole che non ha potere né credibilità per ergersi a garante degli interessi medio-orientali e un'amministrazione statunitense ancora incerta che prima o poi sarà chiamata a inserire nell'ordine del giorno anche la questione israelo-palestinese.

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