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Cose da vedere (e sentire)/1: "Scene da un matrimonio" su Sky

·2 minuto per la lettura
Hp (Photo: Hp)
Hp (Photo: Hp)

Si comincia bene, gli attori Jessica Chastain e Oscar Isaac sono bravi come Liv Ullmann e Erland Josephson e il regista Hagai Levi non sembra aver nulla da invidiare a Ingmar Bergman, che del grande “Scene da un matrimonio” è stato l’artefice geniale. E chissà se la serie tv su Sky avrà lo stesso impatto emotivo che ci colpì e ci traumatizzò nel cuore degli anni Settanta quando fummo travolti da quei primi piani impietosi, quelle sequenze lunghissime, quei volti della Ullmann e di Josephson straziati da una sofferenza atroce che si annidava nella vita di coppia, la divorava, ne metteva in luce le crepe invisibili, le fratture, i tradimenti, i trasalimenti. E noi, invasati di politicismo, seguaci imbambolati della dottrina per cui “il personale è politico”, così tremendamente superficiali, dogmatici, conformisti fummo schiacciati da queste ore di introspezione crudele e finalmente fummo costretti a capire che il dolore, la sofferenza, l’impervio delle relazioni, il lato oscuro dell’amore, la malattia del possesso, il caos ferino dei sentimenti e delle passioni erano dentro di noi, e non c’era soluzione politica che tenesse.

Era “il trionfo del privato”, come subito fu etichettato dai titoli dei rotocalchi corrivi, il “riflusso”, la riscoperta dell’Io dopo anni di sbornia politica. E per i nostalgici del grande schermo, i sacerdoti del buio della sala, i cultori della sacralità del cinema in sala, occorre ricordare che quell’impatto in Italia fu devastante attraverso la messa in onda in tv della “serie”, nel 1978, e non già quando il film era uscito al cinema anni prima. Sul piccolo schermo, come in questa serie Sky.

P.S.: Per dire il clima, lo ha ricordato Andrea Minuz sul “Foglio”, persino un osservatore acuto e profondo come Enzo Forcella poteva scrivere che “Scene da un matrimonio” era “politicamente preoccupante, il brodo di coltura nel quale il potere democristiano ha creato la propria forza”. Povero Bergman.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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