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Così si salvano gli ultimi onorevoli del bonus

Giuseppe Colombo
·6 minuto per la lettura
Parlamento   (Photo: Ansa)
Parlamento (Photo: Ansa)

“Onorevoli furbetti”, “traditori delle istituzioni”, “vergognosi”. Il tutto accompagnato da una promessa, ribadita fino allo stremo da tutti i partiti: i cinque deputati che hanno chiesto il bonus destinato alle partite Iva per l’emergenza Covid saranno scovati. Tre di loro si sono autodenunciati, ma l’identità degli altri due è ancora ignota. E rischia di restarlo ancora a lungo. Gli ultimi sviluppi, ricostruiti da Huffpost attraverso fonti parlamentari di primissimo livello, danno forma a un vicolo cieco. Le fonti rivelano che la commissione Lavoro della Camera ha inviato una lettera all’Inps il 18 agosto. Dentro c’è scritto di rendere noti i nomi dei cinque deputati che hanno fatto richiesta e/o che hanno percepito il bonus. Nella risposta che l’Istituto invierà entro questa settimana saranno confermati i nomi dei tre deputati già noti (Andrea Dara e Elena Murelli della Lega e Marco Rizzone dei 5 stelle), ma per gli altri due l’assenza di una norma di legge impedirà di renderne nota l’identità.

La questione della grande “caccia” si complica. I due deputati di cui non si conosce ancora il nome, infatti, hanno solo richiesto il bonus ma a differenza degli altri tre non l’hanno ricevuto. Le norme sulla privacy impediscono di rendere pubblici i dati dei richiedenti. E in assenza di una base normativa che permetta di superare questo divieto ne consegue che l’identità dei due deputati non può essere resa nota. Anche nelle due comunicazioni che il Garante della privacy ha inviato all’Inps, rispettivamente l′11 e il 17 agosto, si fa riferimento alla possibilità di rendere noti i dati dei “beneficiari”, non dei richiedenti. In particolare, l’ultima nota del Garante ha come oggetto “i chiarimenti sulla pubblicazione e comunicazione dei dati dei beneficiari del bonus 600 euro che ricoprono cariche elettive pubbliche”. E nella decisione, messa in capo all’Inps, di “verificare la possibilità di comunicare i dati personali” si fa sempre riferimento ai beneficiari.

La grande promessa della “caccia” riguardava anche i circa duemila amministratori locali che hanno percepito il bonus da 600 euro (salito poi a mille euro con il decreto Rilancio di maggio). Cosa assai diversa dalla vicenda dei parlamentari (lo stipendio di un deputato è di 12mila euro, quello di un amministratore locale si riduce spesso a gettoni di presenza di pochi euro), ma anche qui tutti i partiti avevano promesso la mano pesante. E anche qui ci si è infognati in un vicolo cieco. Il Garante si è tirato fuori, sottolineando che non ricorrono i presupposti per l’adozione di un suo parere formale sulle richieste di accesso civico ricevute dall’Inps. Richieste che fanno riferimento a un procedimento che punta allo stesso obiettivo e cioè rendere pubblici i nomi dei beneficiari del bonus.

L’Inps avvierà nei prossimi giorni le procedure per far seguito alle richieste di accesso civico arrivate a metà agosto. Il tutto deve essere portato a termine entro trenta giorni. Entro un mese dalla presentazione dell’istanza, cioè, il procedimento di accesso civico deve concludersi con un provvedimento motivato. Ma qui subentra la burocrazia della trasparenza che complica il tutto e che rischia di allungare i tempi a dismisura. Il provvedimento che guida l’accesso civico è il decreto legislativo n.33 del 2013: “Riordino della disciplina riguardante il diritto di accesso civico e gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni”. Le norme del testo tracciano chiaramente il rischio dell’imbuto. L’amministrazione “cui è indirizzata la richiesta di accesso” ai dati (in questo caso l’Inps) è tenuta a inviare una comunicazione ai soggetti in questione “mediante invio di copia con raccomandata con avviso di ricevimento”. In pratica l’Inps deve mandare una raccomandata andata/ritorno o una comunicazione per via telematica ai circa duemila amministratori locali che hanno ottenuto il bonus per chiedere l’autorizzazione a rendere noti i loro dati. Una volta ricevuta la comunicazione, i destinatari possono però respingere la richiesta di accesso. A questo punto i tempi si dilatano ancora perché salta il vincolo dei trenta giorni individuati per portare a termine l’intero procedimento. Si legge nel testo del decreto: “A decorrere dalla comunicazione ai controinteressati, il termine di cui al comma 6 è sospeso fino all’eventuale opposizione dei controinteressati”. Il termine di cui parla il comma 6 è proprio quello dei trenta giorni. Se cioè un amministratore locale si oppone, allora il limite dei trenta giorni per chiudere la pratica non vale più. La sospensione significa che i tempi si allungano. E se l’amministratore si oppone? I poteri che la legge dà all’Inps sono limitati. La patata bollente andrebbe al Garante.

La promessa dei partiti prevedeva di scovare i furbetti e di punirli. Siamo a un altro vicolo cieco. E questo è un vicolo da cui è la politica che deve tirarsi fuori. In base a quale norma (altra cosa è la questione etica) i cinque deputati sono obbligati a restituire le somme incassate? Sull’onda dell’emergenza, infatti, il Governo ha deciso di erogare il bonus per i lavoratori autonomi praticamente senza paletti. Con eccezione di uno: niente bonus a chi già riceve la pensione. Ma i fondi di Camera, Senato, consigli regionali e via dicendo sono previdenziali oppure no? La questione è irrisolta. Questi fondi non sono gestiti dall’Inps, rispondono a leggi nazionali o regionali. La risposta a questa questione è fondamentale perché traccia il confine tra la legittimità o meno della richiesta del bonus. E quindi tra la legittimità o meno di restituire i soldi.

La norma esclude dal beneficio del bonus chi ha altri fondi previdenziali. Nei suoi archivi l’Inps non ha i dati di Camera, Senato o delle assemblee regionali perché questi soggetti non li condividono. Non trovando beneficiari con altri fondi previdenziali, quindi, l’Istituto ha pagato il bonus. Poi è intervenuta la Direzione antifrode, anticorruzione e trasparenza che si è posta il problema di verificare se ci sono altri fondi previdenziali non presenti negli archivi dell’Inps. C’è qualcosa di molto simile ai fondi previdenziali e questo qualcosa si chiama vitalizi. I controlli sui deputati e sugli amministratori locali sono scattati per verificare se il bonus era stato pagato correttamente o se oppure bisognava recuperare l’indebito. Bisogna risolvere la questione. Se la Camera dei deputati piuttosto che un Consiglio regionale dovesse identificare il proprio fondo come un fondo previdenziale, allora si aprirebbe un precedente. Il risultato? L’applicazione delle regole del fondo previdenziale a tutti i contesti. E quindi addio alle condizioni vantaggiose attuali per i parlamentari e per tutte le altre cariche elettive. Di tempo comunque c’è n’è. In base a quanto prevede la legge, infatti, l’Inps ha dieci anni per richiedere indietro i soldi. La “caccia” è solo all’inizio.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.