Credit Default Swap, termometro della crisi o strumento per mettere in ginocchio un Paese?

In origine erano una specie di assicurazione. Oggi sono uno tra i più redditizi strumenti di speculazione che consentono di scommettere sul cattivo andamento di un Paese, di una società o di qualunque ente che abbia emesso un titolo. Parliamo dei credit default swap (Cds), nati con la funzione di coprire dal rischio fallimento dell’emittente di un titolo.

A vendere i Cds sono soprattutto le grandi banche d’affari e d’investimento internazionali. Tra le altre, è noto che a metterle sul mercato sono giganti del credito come Jp Morgan Chase, Bank of America Merrill Lynch, Barclays, Bnp Paribas, Commerzbank o Citigroup. Oppure, ancora, si possono citare Credit Suisse First Boston, Hsbc, Deutsche Bank, Goldaman Sachs, Hsbc, Morgan Stanley. Insomma, la maggior parte dei big della finanza ha messo la testa dentro questo affare.
Attualmente ci sono così tanti Cds in circolazione che sembra lontano il tempo in cui servivano solo come una polizza. Il loro meccanismo è piuttosto semplice: un grande investitore, per esempio, decide di comprare un grande quantitativo di titoli di Stato greci e, contemporaneamente, compra un valore di Cds tale da “coprire” tutti i rischi. Così facendo, almeno a livello teorico, nel caso di un fallimento della Grecia scatterà la protezione del Cds e all’investitore dovrebbero essere pagati tutti i titoli greci in portafoglio da chi ha venduto i credit default swap.

Nella realtà, però, andare a scoprire le carte potrebbe riservare brutte sorprese. Trattandosi di uno strumento scambiato “Otc”, cioè in un mercato non regolamentato, la trasparenza è poca ed è impossibile essere sicuri al 100% che chi ha venduto il Cds, anche se si tratta di grandi nomi, sarà poi solvibile al momento del bisogno.

Il rischio, inoltre, cresce con il passare degli anni. Se fino al 2004, infatti, il volume del credit default swap in circolazione era ancora più basso dei bond assicurati, in seguito questo rapporto è cambiato. In altri termini, è come se il valore delle Rc Auto sul mercato fosse più alto del valore della auto stesse. E va considerato pure che nel 2010 il mercato dei Cds su titoli pubblici è raddoppiato come “valore nozionale netto” ed è cresciuto del 50% quello lordo (vedi i dati aggiornati). Oltre a questa montagna di soldi, poi, ci sono tutti i bond emessi dai privati (l’80% del totale).

I Cds hanno meritato l’onore delle cronache in questa crisi perché sono un buon indicatore delle tensioni a livello finanziario. Come qualunque assicurazione, infatti, il loro prezzo cresce con l’aumentare della percezione della rischiosità di un titolo. In poche parole, se il mercato pensa che un Paese stia per fallire, i Cds costeranno molto di più di quelli venduti per coprire i bond di uno Stato considerato solido.

Nei giorni scorsi, per esempio, secondi i dati rilevati da Markit, i credit default swap in scadenza a 5 anni sul nostro Paese valevano 530 punti base. Quelli della Germania, invece, viaggiavano intorno ai 110 punti base, quelli della Francia intorno ai 240, la Svezia sugli 80, la Spagna a 440, mentre la Grecia veleggiava a quota 5.500. In soldoni, questo significa che assicurare 10 milioni di dollari di debito italiano costava 530 mila dollari (200 mila nel giugno 2011), mentre ne bastavano 80 mila per un valore equivalente di titoli svedesi, sempre con scadenza a 5 anni.

Il sali e scendi del valore di questi titoli derivati è stato utilizzato nel corso di questa crisi per speculare. E, viste le cifre in ballo, è facile immaginare che in qualche seduta di Borsa siano stati proprio i Cds a dare la zampata finale per far andare giù il valore di un titolo. Acquistando e vendendo i credit default swap invece dei bond stessi, infatti, i finanziatori spendono molto meno e possono farlo senza avere tutti gli occhi puntati visto che, come detto, la trattativa non avviene sui mercati regolamentati.

Il nostro Paese, in particolare, è sicuramente tra le principali vittime di questa speculazione. Guardando alla classifica dei Cds sovrani in circolazione (vedi i dati aggiornati), infatti, si scopre che per ripagare il fallimento dell’Italia servirebbero quasi 21,4 miliardi di dollari, un valore secondo, e di poco, solo a quello della Francia (21,8 miliardi). E non è tutto: se si guarda al valore nozionale lordo, cioè all’insieme del valore di tutti i Cds in circolazione, il nostro Paese è di gran lunga quello che fa registrare la cifra più alta al mondo (oltre 303 miliardi, seguito dai 176 miliardi del Brasile e dai 170 della Spagna).