Crisi economiche del passato, le principali

Crisi, manovre, default e bolle: uno sguardo al passato

La crisi che stiamo vivendo negli ultimi anni è molto grave e i suoi effetti sono sotto gli occhi di tutti. Ma per capire realmente la sua portata e che cosa sta succedendo può essere utile rifarsi al passato; in particolare a cinque episodi in cui "bolle" e crisi hanno determinato svolte importanti nel cammino della Storia stessa.

I Tulipani
Cominciamo dall'Olanda del XVII secolo, dove impazzava una vera mania per i tulipani. Il fiore, introdotto in Europa, nel secolo precedente, era considerato uno status symbol; possederlo significava "essere qualcuno", avere onore, prestigio e una certa dose di potere. Il commercio dei bulbi crebbe vorticosamente, al punto che per uno di essi di una varietà specifica si arrivava a spendere migliaia di fiorini. In particolare, il Semper Augustus fu venduto nella città di Haarlem per circa 6000 fiorini. Per capirci, un fiorino di allora vale circa 50 euro attuali: ciò significa un prezzo intorno ai 300mila euro. La febbre alzò la propria temperatura grazie ad un sistema di vendite che potremmo definire antesignano dei nostri futures. I compratori fissavano il prezzo dei tulipani in autunno, al momento dell'interramento; i bulbi, pronti poi a giugno, subivano per tutto l'inverno un gioco al rialzo che ne faceva gonfiare il prezzo stesso. Un giorno del 1637 un compratore ignoto decise che scommettere sul valore di una cosa non ancora pronta era semplicemente folle. Dopotutto, una temperie atmosferica avrebbe potuto distruggere le semine, e addio tulipani. Partì così una spirale inarrestabile di vendite, che fece crollare i prezzi mandando in rovina chi aveva speso cifre pazzesche per assicurarsi i preziosi fiori. Costoro — che in pratica comprarono a 1000 per rivendere a 10 - si rivolsero anche ai tribunali per cercare di ottenere il giusto prezzo, ma le corti definirono quei contratti come atti di gioco d'azzardo, i cui crediti non erano esigibili.
Molti uomini d'affari andarono sul lastrico; l'economia olandese conobbe un momento di recessione, da cui il paese uscì smettendo di scommettere e dedicandosi a quella che noi oggi chiameremmo "economia reale".

Weimar
Per molti analisti politici ed economici è stata una delle cause scatenanti l'ascesa al potere, anni dopo, di Adolf Hitler. Per qualcuno si può considerare la prima, vera, crisi che ha colpito l'economia moderna. Sicuramente è quella che più di tutte ha influenzato gli studi economici successivi. Parliamo del boom inflazionistico che colpì la Germania nei primi anni '20.
Era l'epoca della Repubblica di Weimar, la Germania era appena uscita da una guerra che aveva devastato un'intera nazione, spaccando in maniera feroce la società. La sconfitta nella Prima Guerra Mondiale costrinse la Germania a pagare un conto salatissimo. Il Governo tedesco, infatti, non utilizzò le proprie risorse auree per sovvenzionare il conflitto; anzi bloccò la convertibilità dell'oro in marchi, ma si affidò a prestiti. In poche parole, proprio come è successo oggi con la Grecia, si indebitò pesantemente con gli altri Stati. Il valore del marco nei confronti dei dollari durante la guerra era di 8,91 marchi per dollaro. Alla fine della guerra il cambio era già salito a 47 marchi per dollaro. Nel maggio del 1921, però, la Germania venne condannata a pagare i "danni di guerra" per un valore di due miliardi di marchi d'oro. Per fare ciò la Repubblica di Weimar iniziò a immettere sul mercato quantità folli di banconote per ripianare il debito. Questo provocò in poco tempo una svalutazione della valuta tedesca: nel novembre del 1921 valeva 330 dollari, un anno dopo, nel dicembre 1922 balzò a 8.000 dollari per ogni euro, con un'inflazione che dal 1919 al 1923 l'inflazione raggiunse il 662,6% annuo. Nel novembre 1923 il valore del marco nei confronti del dollaro arrivò a  4.200.000.000.000 marchi per dollaro (guarda la banconota).
Per stabilizzare la situazione nel 1924 venne introdotta una nuova valuta, il Rentenmark, che avrebbe sostituito gli attuali marchi. Il cambio, però, era folle. Un Rentenmark valeva, infatti, 1 miliardo di marchi. La crisi si protrasse fino al 1928, quando il valore della valuta tedesca tornò ai livelli di prima della guerra. Se la crisi finì, così non gli effetti sulla società tedesca.

Il 1929 e la Grande Depressione
Se la crisi tedesca dei primi anni '20 ricorda quella della Grecia, la Grande Depressione del 1929 ha molte similitudini con la crisi che ha colpito Wall Street negli ultimi anni e che ha avuto ripercussioni sull'intera economia globale. Gli Stati Uniti erano usciti forti dalla Prima Guerra Mondiale e l'economia americana visse un decennio di boom. La nuova ricchezza portò soprattutto la media borghesia a investire i risparmi nella borsa. Tra il 24 e il 29 ottobre del 1929, però, due crolli azionari mandarono in rovina migliaia di investitori a causa delle politiche speculative delle banche. L'effetto domino fu la crisi dell'industria americana, cui seguì quella globale e quella, conseguente, delle materie prime.
Per uscire dalla crisi bisognò aspettare i primi anni '30, quando gli Stati portarono avanti politiche protezionistiche, ampliarono la spesa pubblica creando delle economie di Stato e, infine, misero a punto dei sistemi di previdenza che sono alla base degli attuali sistemi previdenziali di tutti gli Stati occidentali. La nazione guida in questo processo furono gli Stati Uniti del New Deal di Franklin Delano Roosevelt, il presidente che succedette a Herbert Hoover, considerato dagli elettori come il responsabile del crollo di Wall Street. Roosevelt introdusse una serie di misure che aprivano il campo dell'economia, di tradizionale appartenenza al settore privato, all'intervento del settore pubblico. Dal 1934 in poi, fu avviato negli Usa un piano di lavori pubblici senza precedenti, che ribaltava di fatto l'assetto liberista del Paese (non fino a farne, tuttavia, uno Stato socialista). L'intervento statale arrestò la crisi, ma la piena ripresa dell'occupazione e dell'economia si ebbe solo con lo sviluppo dell'industria bellica, causato dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

L'Italia del 1992
La parola "manovra" è tra le più ricorrenti di questi giorni, e rimanda a un periodo preciso della recente storia italiana: il luglio del 1992. Il Paese è in piena Tangentopoli (scoppiata a Milano nel febbraio dello stesso anno), il sistema politico barcolla sotto i colpi di una magistratura che con le proprie inchieste rivela come l'intera economia di una nazione si fondasse sull'illegalità delle tangenti. A questo si aggiunga una spesa pubblica (e quindi un debito pubblico) fuori controllo. Sempre nel febbraio del 1992, in una sconosciuta cittadina olandese di nome Maastricht, nasce l'Unione europea. Che significa: massima integrazione dei mercati e, sul medio termine, una moneta unica. Per farne parte bisogna sottostare a regole di massima stabilità economica, tra cui spiccano debito pubblico contenuto e spesa pubblica ridotta. L'Italia è quasi agli antipodi di quanto chiesto dal Trattato istitutivo dell'Ue, e il governo presieduto da Giuliano Amato è costretto a varare una manovra che passerà alla storia come quella di "lacrime e sangue".
L'obiettivo è recuperare 30mila miliardi di lire per dimostrare all'Europa di essere alla sua altezza, e i mezzi sono i seguenti: più tasse sui Buoni Ordinari del Tesoro (Bot), addizionale sull'Irpef, aumento del ticket sui medicinali, imposta minima per i lavoratori autonomi. E la famigerata "patrimoniale". La manovra passa, ma non riesce ad arginare la speculazione sulla Lira, che a settembre conosce una svalutazione del 30% e costringe l'Italia a uscire dal Sistema Monetario Europeo, regolato da cambi fissi. Vi rientrerà nel 1996: al governo c'è Romano Prodi. Berlusconi ha già esaurito il suo primo, breve mandato.

Argentina
Prima della Grecia, chi paventasse scenari economici da Apocalisse era solito dire: "Faremo la fine dell'Argentina". Il Paese del tango, di Evita e di Maradona ha vissuto a cavallo del nuovo millennio una crisi molto simile a quella che sta investendo l'Italia. Una crisi nata da lontano. Dagli anni '80, quando l'iperinflazione costringe il governo sudamericano ad adottare un cambio fisso con il dollaro Usa nel 1992. In pratica, la Banca centrale argentina doveva detenere un ammontare di riserve in dollari pari all'intera quantità di pesos circolante nel Paese. Questo porta a una crisi della produzione argentina, soprattutto nell'export, perché il peso è decisamente sopravvalutato dal cambio alla pari col dollaro. Questa scelta conduce all'aumento del debito estero, alla crescita della disoccupazione e alla recessione. Proprio come in Grecia, proprio come rischia l'Italia. Esplosa nel 1999 con il crollo del Pil, la crisi deflagra nel 2001 con violente proteste in strada e l'assalto alle banche. Nel 2002 l'Argentina dichiara il proprio default, cioé il fallimento dell'economia nazionale. Il Pil crolla del 40%, il peso perde quasi ogni valore e nel giro di 12 mesi il 58% della popolazione scende sotto la soglia di povertà. La soluzione è la svalutazione del peso, che passa dal cambio alla pari a 3 pesos per dollaro nel 2005. Ciò ridà fiato all'economia e all'industria argentina, anche se il Paese sudamericano non è ancora totalmente uscito dalla crisi.

Islanda
Prima di Grecia e Italia, l'ultima crisi che ha investito come uno tsunami un Paese occidentale è stata quella dell'Islanda. Nel 2008, infatti, lo Stato nordeuropeo è andato in bancarotta, fallendo totalmente. L'Islanda è un Paese da sempre molto statalizzato, dove l'economia del libero mercato non si è mai imposta veramente, con le prime privatizzazioni avvenute solo negli anni '80. Dall'altra parte, però, le banche islandesi erano molto spregiudicate e, come avvenuto in maniera analoga negli USA, convincono molti risparmiatori a contrarre debiti e mutui, mentre nel frattempo le stesse banche si indebitano pesantemente con l'estero. Questo mix tra economia ingessata da un lato e spregiudicatezza speculativa dall'altro porta, nel 2008, a far precipitare l'Islanda. I cittadini non riescono a ripianare i mutui e i crediti concessi, le banche sono pesantemente debitate verso l'estero; a ciò si aggiungono il forte aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato, il deficit e il debito pubblico che salgono alle stelle e, conseguenza ultima, la svalutazione della moneta nazionale. La soluzione, cioé il ripianamento del debito delle banche da parte degli Stati esteri, è stata bocciata per ben due volte dai cittadini tramite referendum, perché avrebbe significato salvare gli istituti di credito facendo pagare alla popolazione i costi della crisi. L'Islanda, dunque, ha subito una crisi istituzionale senza precedenti, dalla quale è giunta addirittura alla modifica della Costituzione. Insomma, una crisi economica ha provocato un terremoto pari a quello di una guerra. Che l'Islanda, però, ha perso. Slegata da vincoli - l'appartenenza all'Unione Europea e la moneta unica, per esempio - la Nazione di ghiaccio può permettersi infatti di compiere svalutazioni competitive, di far salire il deficit e di elaborare piani di rientro dai debiti a lunghissima scadenza. Che è ciò che ha fatto, e fa niente se la crisi pesa - e non poco - sui cittadini.