Crisi: Obama in pressing sull'Europa

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(ASCA) - Roma, 2 giu - Sul terreno della politica estera le elezioni si possono perdere ma non si vincono. E' sull'economia che si gioca la partita per la conquista della Basa Bianca. Barak Obama ha trascorso un brutto venerdi al numero 1600 Pennsylvenia avenue, cosi' come gli investitori con Wall Street che ha accusato la peggiore performance giornaliera da oltre un anno. Stavolta non e' stata la Grecia o le crescenti tensioni sulla Spagna a provocare l'ondata di vendite sui mercati, ma i deludenti dati americani. La locomotiva a stelle e strisce sbuffa e non riesce a prendere velocita'. La disoccupazione ad aprile e' aumentata dall'8,1% all'8,2% e sono stati creati solo 69 mila nuovi posti di lavoro rispetto ai 150 mila attesi dal mercato. Il presidente americano non nasconde la delusione. ''Non si creano i posti di lavoro che vorremmo e c'e' ancora tanto da lavorare''. Il suo consigliere economico pero' ha sparato sui leader europei. ''La crisi dell'area euro ostacola la crescita americana''. I prossimi mesi saranno quelli decisivi per la corsa alla Casa Bianca e Obama non intyende rischiare di perdere il secondo mandato a causa della crisi economica e del debito nell'area dell'euro. Per questo la settimana scorsa ha mandato un emissario in Europa a sollecitare interventi concreti ed efficaci per superare una crisi che rischia di travolgere non solo l'Europa ma l'intero pianeta. La videoconferenza con Monti, Merkel e Hollande sara' seguita da altri colloqui in vista del G20 a Citta' del Messico in calendario il 20 giungo, una settimana prima del vertice europeo che si annuncia come uno snodo cruciale. Cresce dunque il pressing di Barak Obama sulle cancellerie europee. Problematico spiegare agli elettori americani che l'economia annaspa perche' sull'altra sponda dell'Atlantico discutono con scarso costrutto tra eurobond e fiscal compact. Al tempo stesso pero' le istituzioni finanziarie americane cercano di stare il piu' possibile alla larga possibile da qualsiasi cosa denominata in euro ad eccezione dei bund tedeschi. Il presidente della Fed di New York (Francoforte: A0DKRK - notizie) nei giorni scorsi ha sollecitato i fondi di liquidita' americani di allegerire le posizioni in euro. L'uscita dall'euro e' alla base, tra l'altro del continuo apprezzamento del dollaro sulla valuta europea, che alla Casa Bianca guardano come il fumo negli occhi temendo gli effetti sulla capacita' dell'export americano. Ma la crisi dell'euro non preoccupa solo Barak Obama per motivi elettorali. A Pechino, Mosca e Brasilia nonche' a Mumbay iniziano a fare i conti con gli effetti negativi delle turbolenze europee anche sulle rispettve economie. Il pil dell'India nel primo trimestre dell'anno mostra una brusca frenata, anche la Cina rallenta mentre per il Brasile nei primi tre mesi dell'anno l'economia e' crescita solo dello 0,3% tanto che il governo pensa a introdurre incentivi per dare ossigeno alla domanda. Un contesto che conferma come il ruolo dell'Europa non e' marginale ma decisivo negli equilibri economici mondiali. La soluzione passa attraverso le cancellerie europee ma anche a Washington e tra le economie emergenti non possono illudersi di chiamarsi fuori. Se andasse a fuoco la casa europea le fiamme non risparmierebbero l'emifesro sud del mondo e tanto meno l'altra sponda dell'Atlantico o le due coste del Pacifico.

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