Viaggio nella crisi dei parchi dove non ci si diverte più

C’erano una volta i parchi di divertimento, attrazioni ludico-turistiche per famiglie nei giorni dell’abbondanza. Nella favola bella della sfavillante economia degli anni Ottanta e Novanta l’esosità dei biglietti era comunque accessibile ai più e permetteva la sostenibilità economica di queste gigantesche strutture. Ora la fiaba sembra essere giunta all’epilogo e la fine è tutt’altro che lieta. A Gardaland, uno dei più vecchi parchi italiani, attivo dall’estate del 1975, i conti non tornano. In questi giorni il colosso dell’entertainment ha ufficializzato il licenziamento di 63 dipendenti. All’origine della decisione c’è, ovviamente, il calo dello sbigliettamento. Il picco di ingressi fu toccato nel 2009 con 3,25 milioni di presenze, da allora il calo è stato inesorabile. Gardaland, secondo per grandezza solamente a Eurodisney, è gestito dal gruppo Merlin Entertainments che controlla, fra gli altri, anche London Eye e Madame Tussard. D’estate, al culmine della stagione, Gardaland impiega circa 1.200 persone, mentre i dipendenti fissi sono attualmente 250. Il licenziamento di 63 persone, corrisponde, all’incirca, a un quarto del personale stabilmente assunto.

Anche Eurodisney, il parco n° 1 in Europa, non naviga in buone acque e ha “festeggiato” il ventennale con un bilancio in passivo. Nonostante i 15,7 milioni di visitatori e un ticket minimo di 60 euro a visita il 2011 si è concluso con un passivo di 55,6 milioni di euro. Con i suoi oltre 250 milioni di visitatori dall’apertura del 1992, Eurodisney è la principale attrazione turistica europea, con il doppio di ingressi annuali rispetto al Louvre. Nel 2012 i visitatori hanno superato i 16 milioni ma gli introiti non sono riusciti a compensare le spese sostenute per le nuove attrazioni, il rinnovamento del parco e delle strutture ricettive e anche quest’anno il bilancio sarà in rosso.

Tornando all’Italia la crisi “morde” anche Edenlandia, parco napoletano sorto negli anni Sessanta la cui vecchia società di gestione – la Park and Leisure di Cesare Falchero – è stata dichiarata fallita nell’ottobre 2011. Dopo una serie di avvisi di gara per la vendita del parco e dell’adiacente zoo andati deserti, sono state fatte diverse proposte per la riconversione a zoo virtuale e fattoria didattica, mercato biologico ed equo-solidale. Qualche giorno fa al Tribunale di Napoli, sezione fallimentare, il giudice delegato Nicola Graziano ha prorogato sino al 2013 il termine per eventuali proposte di acquisto dei due lotti, parco e/o zoo finalmente “spacchettati” nel prossimo bando di gara.

Oltre che dalla crisi economica e da un contenimento della spesa da parte delle famiglie, a mettere in crisi il sistema dei parchi di divertimento è stato il clima: pessimo ad inizio stagione, con numerosi week end piovosi in primavera, ed eccessivamente caldo in estate. Non a caso sono stati soprattutto i parchi tradizionali a far registrare forti passivi, mentre i parchi acquatici hanno mantenuto le quote di traffico delle passate stagioni, quando non le hanno addirittura implementate. Se si considerano tutte le strutture (“asciutte” e acquatiche) i dati di sbigliettamento delle singole strutture variano da un +18% a un -25%. Si tratta, naturalmente, di stime su di una stagione che per qualche parco si concluderà a Natale.

Rimane invece in forse l’apertura di Mediapolis il mega-parco che dovrebbe sorgere ad Albiano d’Ivrea (To) su di un’area di 148mila mq, equidistante da Torino e Milano.  Il progetto presentato nel 1998 e approvato nel 2008 ha suscitato numerose proteste da parte di Legambiente e, proprio qualche giorno fa, la Sorgente sgr, proprietaria dei terreni, ha ritirato la propria quota di finanziamento mettendo così in discussione l’inizio dei lavori. La politica locale preme affinché Mediapolis nasca al più presto ma i soldi non si trovano e i dati dei competitor sono tutt’altro che confortanti per mega-opere di cui pochi sembrano avere bisogno.