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Dai vincitori degli Oscar 2021 in avanti, appunti sul futuro del cinema

·3 minuto per la lettura
Photo credit: Getty Images
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Un Oscar nomade fra tante location, proprio come profetizzava il titolo del film di Chloé Zhao Nomadland, che ha trionfato in tre categorie, miglior film, regia e miglior attrice protagonista Frances McDormand. Felice per l’affermazione femministissima quanto annunciata, rinforzata dalla statuetta a Emerald Fennell di Promising young woman, un po’ di nostalgia, però, mi resta. Vi ricordate quelle spianate di star un po’ brille al Kodak Theater, quando ancora si poteva? Le Meryl Streep gomito a gomito con Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, George Clooney, Julianne Moore, Lady Gaga, Nicole Kidman (e sempre la McDormand) che inevitabilmente ci stordivano, lacrima d’ordinanza e mano sul cuore, con interminabili pistolotti antisistema?

Bei tempi, anche insopportabili, ma nobilitati dal cosiddetto glam, sia sempre benedetto. Beh, scordatevi tutto. Il covid, purtroppo o per fortuna, ha accelerato il cambiamento e rivoltato la “Big Night” come un calzino, trasformando (per sempre?) fatti, location e protagonisti. Stavolta, era ora, han dominato, persino tra i reporter, black, asioamericani e coreani, massima scorrettezza l’ubriacatura collettiva e liberatoria di un danese, Vinterberg, e del suo Un altro giro, miglior film straniero.

Tra abiti e smoking dalle tonalità improbabili, sotto i fiori a cascata tipo malinconico autunno, han già fatto storia le treccine di Chloé Zhao senza un filo di trucco e in sneaker bianche. Tutti intervista ti sotto la minaccia di centinaia di lanterne cinesi che addobbavano, forse un po’ troppo, lo spazio esterno della Union Station, o computamente seduti, distanziati con congiunto, ai tavolini genere tabarin anni ’40 e ancora a cantare sul roof top dell’Academy Museum, quando non in Zoom dai landscape di Londra, Sydney o Roma.

Un Oscar nomade, l’abbiamo detto e, fateci caso, in almeno tre film vincenti i personaggi vivono su case con le ruote, van o camper. Sarà un segnale di nuova precarietà o di insolenza ribelle? Sta di fatto che questo è stato l’anno della maggior diversità, dell’inclusione ovunque enfatizzata (ne hanno fatto le spese i nostri eccellenti truccatori e costumisti di Pinocchio e Laura Pausini, tutti travolti dalla forza più che mai politica di Judas and the Black Messiah). Ma tant’è, il cambiamento non si può negare nell’anno del buio in sala, della partecipazione dei film in streaming e di pellicole vittoriose con gli incassi più bassi della storia causa covid.

Photo credit: Handout - Getty Images
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Tutto sta cambiando e il trauma era evidente in quel décor dell’Oscar più che mai nostalgico della vecchia Hollywood, anche se lo spirito vintage non è servito a salvare il magnifico film sul cinema Mank da due stitiche statuette a scenografia e fotografia, laddove gli attori avrebbero tanto meritato, così come Carey Mulligan del prediletto Promising young woman, troppo allucinogeno per l’Academy. La revenge femminile può aspettare, l’Oscar ha già molti conti arretrati da saldare con il Black Live Matter. L’ha fatto, esagerando un po’, con Ma Rainey’s Black Bottom, ma non ha sbagliato esaltando il britannico Daniel Kaluuya di Judas and the Black Messiah.

Photo credit: Handout - Getty Images
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Ci fosse stato posto avrei chiesto di più anche per Riz Ahmed e il grandioso Sound of metal (ovvie le statuette per sonoro e montaggio), ma se a spuntarla come miglior attore è Anthony Hopkins c’è solo da esaltarsi: la sua performance nel film The father di Florian Zeller spinge il cuore oltre la bruma dell’Alzheimer con una grammatica perturbata del gesto e un senso sfasato per la vita che tolgono il fiato. Alla fine, strepitoso contropiede: dalla McDormand a Hopkins, alla deliziosa attrice settantenne coreana Yuh- Jung Youn, dell’ottimo Minari, hanno stravinto gli anziani, gli over 60, cioè la categoria più a rischio di questo tempo crudele. Non proprio tutti, a onor del vero. Giunta all’ottava nomination la leggendaria Glenn Close, mistero, resta ancora a guardare. Dopo l’Oscar #SoBlack, #SoWoman e #SoAsian, arriverà finalmente anche l’Oscar #SoClose?

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