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Dalle email alle Big Tech, ecco quanto inquina Internet

Patrick Lefevre / BELGA MAG / BELGA

AGI - Ogni ricerca su Internet è responsabile dell'immissione nell'atmosfera di 1,7/2 grammi di CO2. Un solo server può arrivare a produrre in un anno da 1 a 5 tonnellate di anidride carbonica. Il semplice invio di un'email può comportare la produzione di anidride carbonica da 4 fino a 50 grammi (se gli allegati sono di grandi dimensioni).  Non solo: il consumo energetico dei data center è pari all'1% della domanda globale di energia.

Quanto “pesa”  poi in termini di inquinamento ogni gigabyte su Internet? Produce emissioni di CO2 tra i 28 e i 63 grammi. Tanto per essere chiari, secondo uno studio della Royal Society di fine 2020, in un anno un utente medio che utilizza la posta elettronica per lavoro può arrivare a emettere 135 chili di CO2. Per quello studio le tecnologie digitali contribuiscono tra l'1,4% e il 5,9% alle emissioni globali di CO2.

È un po' questo il punto di partenza di ogni ricerca che abbia come obiettivo il dare una dimensione di quanto inquinano le nostre attività quotidiane online. Se alziamo lo sguardo, questi numeri, ci portano dritti alle aziende che dei servizi su Internet hanno fatto un business gigantesco, inquinando come uno Stato. Proprio così.

Nel dettaglio l'Osservatorio ESG Karma Metrix (progetto dell'agenzia di digital marketing Avantgrade.com, che misura la carbon footprint delle pagine Web), i cui dati sono stati resi noti  in occasione della Giornata Mondiale dell'Ambiente, ci dice che i nostri microcomportamenti quotidiani fanno sì che  Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google in 1 anno abbiano consumato 49,7 Milioni di MWh quasi come la Romania (50) e più di Portogallo e Grecia.

In generale, dal 2018 al 2020 (anni per cui sono disponibili i bilanci di sostenibilità delle aziende, passati al setaccio dagli analisti di Karma Metrix) il consumo di energia delle 5 Big Tech è quasi triplicato, passando da 16,6 a 49,7 Milioni MWh.

E Internet? Il report cita anche il Global Carbon Project, la sua stima è che se Internet fosse una nazione sarebbe la quarta più inquinante al mondo. Ricordiamo che la Rete produce emissioni di CO2 sia per le modalità poco efficienti di realizzare siti web e app, sia per i combustibili fossili che alimentano i data center.
Sempre secondo lo studio della Royal Society riportato dal World Economic forum, il digitale contribuirebbe alle emissioni mondiali di CO2 per una quota compresa tra l'1,4 per cento e il 5,9 per cento del totale (per fare un paragone, il traffico aereo contribuisce solo al 2%).

La tecnologia utile all'ambiente

Il punto è che la transizione energetica non può non essere guidata dai dati, il settore tecnologico dovrebbe dare l'esempio e fornire i dati necessari per consentire il monitoraggio del consumo di energia e delle emissioni di carbonio e le autorità di regolamentazione dovrebbero sviluppare linee guida sulla proporzionalità energetica delle applicazioni digitali.

il mining di criptovalute

In tutto questo deve essere considerato anche il valore in termini di inquinamento delle criptovalute. Secondo uno studio di Digiconomist, citato da The Guardian a fine 2021, una singola transazione bitcoin utilizza la stessa quantità di energia che consuma una famiglia americana media in un mese, il che equivale a circa un milione di volte in più in emissioni di carbonio rispetto a una singola transazione con carta di credito. E a livello globale, l'impronta di carbonio del mining di bitcoin è maggiore di quella degli Emirati Arabi Uniti e scende appena al di sotto dei Paesi Bassi.

+17% di Co2 in tre anni

In particolare l'analisi di Karma Metrix, ha estratto dal report i valori di energia consumata e di CO2 prodotta per ogni anno. Dai dati emerge che Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google hanno emesso 98,7 milioni di tonnellate di CO2, più dell'intera Repubblica Ceca (92,1), con un aumento aggregato delle emissioni totali del 17% dal 2018 al 2020. Tra le cinque aziende spiccano tuttavia "dei segnali positivi di riduzione della Co2 di Apple e Google - spiega lo studio - grazie al maggior peso delle fonti energetiche rinnovabili e alla ricerca attiva di efficienza energetica nei loro data center".

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