Demansionamento: cos’è e cosa cambia dopo l’accordo sulla produttività

Le mansioni del lavoratore sono normate dall’articolo 2103 del Codice Civile secondo il quale “il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione”. La firma dell’accordo sulla produttività fra imprese e sindacati (ad eccezione della Cgil), siglato lo scorso 21 novembre, rende ora possibile il demansionamento non unilaterale, con conseguente riduzione dello stipendio del lavoratore. La modifica, in linea teorica, vuole essere un’alternativa all’escamotage messo in atto dalle aziende in crisi: licenziare i lavoratori in esubero e riassumerli con una qualifica inferiore. Con il nuovo demansionamento il lavoratore potrà essere direttamente dequalificato, con riduzione del proprio salario.

La modifica ha sollevato pareri discordanti fra le varie parti sociali: le imprese hanno trovato una solida sponda istituzionale nel Governo, mentre la Cgil,  guidata da Susanna Camusso, vede in questa novità un incentivo a situazioni di mobbing a danni dei lavoratori, i quali, contestualmente, si vedono ridurre reddito e status socio-economico. Per il ministro del Lavoro e delle Attività produttive, Elsa Fornero, la modifica della norma relativa al demansionamento è “l’unica base per aumentare i salari”. Sulla stessa lunghezza d’onda si è sintonizzato anche il ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture Corrado Passera. Un paradosso? No, secondo Fornero lo snellimento nelle pratiche di demansionamento servirà ad aumentare la produttività e, conseguentemente, il potere d’acquisto dei lavoratori. Secondo alcuni giuristi l’articolo 13 dello Statuto dei Lavoratori (omologo del 2013 del Codice Civile) è legato a una concezione fordista dell’impresa, nella quale la flessibilità e, dunque, il demansionamento erano visti come un disvalore. Nella nuova norma c’è chi, per esempio, intravvede la possibilità di demansionare i lavoratori prossimi alla pensione per far spazio ai giovani che, quando riescono a inserirsi nel mercato del lavoro, sono costretti, dalla rigidità delle mansioni, a restare sui gradini più bassi dei ruoli aziendali, finché i pensionamenti non permettono una graduale ascensione a livelli più alti.

In quest’ottica il demansionamento potrebbe essere un primo passo per l’applicazione di un’idea avanzata dal ministro Fornero nei mesi scorsi, quella della “solidarietà intergenerazionale”. Con l’allungamento dell’età pensionabile le imprese impiegheranno lavoratori ultrasessantacinquenni non più adeguati alle loro mansioni, l’ipotesi al vaglio è quella di potenziare contratti part time con finalità di tutoraggio, da parte dei più anziani, a favore dei giovani in fase di apprendistato. Un’idea che avrebbe trovato molte resistenze di tipo formale senza l’accordo stipulato fra Uil, Cisl, Ugl e imprese. Ora, però, perché la nuova norma del demansionamento raggiunga gli obiettivi dichiarati, occorre davvero che qualcuno la adatti a forme contrattuali in grado di garantire una maggiore equità intergenerazionale. Se non fosse così sarà difficile vedere il bicchiere mezzo pieno che imprese, giuristi e politica hanno invitato a guardare dopo il recente accordo.