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Disinvestire dai fossili? Si accende lo scontro su petrolio e gas

·4 minuto per la lettura
(Photo: Anton Petrus via Getty Images)
(Photo: Anton Petrus via Getty Images)

La climatologia ha fatto la sua parte. Dopo sei rapporti dell’Ipcc, la rete Onu degli scienziati del settore, non ci sono dubbi sul fatto che il consumo di combustibili fossili sia responsabile di circa i tre quarti delle emissioni di gas serra che minacciano la stabilità del clima. Di fronte a questa certezza, possiamo continuare a finanziare l’estrazione e l’uso di carbone, petrolio e gas?

A questa domanda un numero crescente di fondi sovrani e altre aggregazioni di investitori risponde no. Ma sono no differenziati. Il fronte più largo di contestazione investe il carbone, che è il combustibile fossile a maggior contenuto di carbonio. Dalla Fondazione Rockefeller al Fondo sovrano norvegese (il più grande a livello globale), dalla Chiesa anglicana a decine di grandi società energetiche, in molti hanno preso le distanze dagli investimenti in questo settore. Anche perché un documento pubblicato dalla Banca d’Inghilterra nel gennaio del 2017 afferma che lo scoppio della “bolla del carbone” sarà molto probabilmente improvviso e foriero di rischi per la stabilità finanziaria.

Il secondo combustibile fossile più esposto dal punto di vista del rischio climatico è il petrolio. Sul gas invece è ancora in corso un dibattito in sede europea per decidere se può entrare a far parte di politiche di transizione green. La Banca europea per gli investimenti ha già annunciato che entro la fine del 2021 non finanzierà più progetti industriali che usano combustibili fossili o tecnologie inquinanti non in linea con i Sustainable Develompment Goals (Sdg) 2030 delle Nazioni Unite.

In questo quadro in rapido movimento che ruolo svolgeranno le assicurazioni? Per decenni hanno anticipato i tempi sostenendo, anche per timore dell’impatto economico provocato dalla crescita dei danni, lo studio di rapporti sulla crescita dei disastri climatici. E l’ultima grande alluvione che ha colpito l’Europa causando danni per 6,6 miliardi di euro dimostra che quei timori non erano infondati

Ma negli ultimi anni, proprio mentre altri settori finanziari aumentavano il passo, il mondo assicurativo ha rallentato il pressing sull’ambiente. L’accusa viene da Bloomberg Green: “Mentre gli assicuratori (23 in tutto) si sono mossi rapidamente per porre fine alla loro sottoscrizione di attività legate al carbone, sono stati lenti ad agire su petrolio e gas. Ciò è dovuto principalmente al fatto che il mercato assicurativo per quei combustibili fossili è considerevolmente più ampio, con premi stimati di oltre 17 miliardi di dollari nel 2018, rispetto ai 6 miliardi di dollari per l’energia dal carbone, ha affermato Peter Bosshard, direttore del programma presso il Sunrise Project e coordinatore globale di Insure Our Future”.

Eppure, nota sempre Bloomberg Green, i premi derivanti dall’assicurazione di nuovi progetti petroliferi e del gas sono erano 1,7 miliardi di dollari nel 2018, cioè lo 0,1% di tutti i premi di proprietà e sinistri. Non sembra una rinuncia capace di mandare all’aria i bilanci. Soprattutto dopo il rapporto della tradizionalmente cauta International Energy Agency del maggio scorso che disegna la necessità di uno scenario al 2050 con due terzi dell’energia che viene da fonti rinnovabili e il blocco dei progetti di sfruttamento di nuovi giacimenti di petrolio o gas: la quota dei fossili passerebbe dall’attuale 80% al 20%.

E’ abbastanza per convincere le assicurazioni a prendere le distanze dal mondo dei fossili? Il gruppo tedesco Allianz, che ha investito circa 6,8 miliardi di euro in 116 parchi solari ed eolici, replica dichiarando di sostenere l’obiettivo del contenimento della crescita della temperatura a 1,5 gradi. E di essersi impegnato a eliminare gradualmente i modelli di business basati sul carbone nel proprio portafoglio clienti nel settore assicurativo e nell’investimento dei fondi degli assicurati entro il 2030 (2040 per l’Asia): “Il nostro portafoglio di investimenti dei premi dei nostri clienti assicurativi sarà indirizzato a zero emissioni nette entro il 2050 al più tardi, con i primi obiettivi intermedi già entro il 2025”. Dal primo luglio 2021 inoltre il gruppo non offre più assicurazioni danni ad aziende con più del 20% dei loro ricavi generati dalla produzione di petrolio o bitume da sabbie bituminose.

In Italia Unipol sottolinea di aver escluso dai nuovi investimenti aziende che traggono il 30% e oltre dei loro ricavi dalle attività legate al carbone e di prevedere di completare il disinvestimento dal carbone entro il 2030. Nel 2020 l’intensità delle emissioni indotte legate agli investimenti del gruppo ha segnato una diminuzione del 57% rispetto all’anno precedente e gli investimenti per il contrasto al cambiamento climatico sono cresciuti del 19% superando l’obiettivo di 600 milioni di euro a sostegno dell’Agenda 2030. Inoltre il gruppo ha emesso due Green Bond per un valore complessivo di un miliardo di euro.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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