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Dopo il “buy the rumors” ecco il “sell the news”

Pierluigi Gerbino
 

Negli ultimi anni, che potremmo definire l’era del pettegolezzo (o “gossip” se preferiamo l’inglese), i mercati hanno seguito costantemente una regola precisa di condotta. Quella di scontare in anticipo ogni notizia che dipenda dalla volontà umana, muovendosi come se la conoscessero già prima che sia divulgata ufficialmente. Questa abitudine è dovuta all’asimmetria informativa che esiste tra poche  mani forti e privilegiate e la massa degli operatori “semplici”. I primi hanno accesso ai pettegolezzi di qualità, opera dei personaggi che partecipano direttamente alle decisioni o alle trattative, mentre la massa è costretta ad operare al buio, dovendo scegliere se fidarsi di chi sta muovendo i mercati in anticipo oppure aspettare la notizia ufficiale, col rischio di arrivare in ritardo e subire le prese di profitto di chi, avendo comprato in anticipo, realizza il guadagno al momento dell’ufficialità.

Sappiamo bene che questa pratica distorce la corretta formazione dei prezzi e ne aumenta la volatilità. Pertanto dovrebbe essere vigilata e repressa dalle autorità. Non succede, ma questo del resto non è l’unico campo in cui l’ideale della teoria viene ucciso dalla sporcizia della realtà. Dobbiamo farcene una ragione e sforzarci di seguire magari a malincuore, il detto che la riassume:  “Buy the rumors. Sell the news”.

A volte capita però che l’euforia delle aspettative incorpori nei prezzi qualcosa di più di quel che poi la realtà produce, richiedendo una battuta d’arresto quando emerge la realtà delle cose.

Qualcosa di simile è capitato nella recente vicenda della ripresa delle trattative commerciali tra USA e Cina, che giovedì e venerdì scorso ha provocato una sorta di mini-rally dei mercati azionari sulle aspettative entusiastiche di  passi decisivi, che conducessero le due potenze commerciali ad un progressivo disarmo. A borse ormai chiuse, la constatazione dei risultati raggiunti ha impegnato ad una riflessione che ieri ha spento tutti gli entusiasmi, dato che la trattativa ha prodotto nient’altro che una tregua, che in pratica cristallizza la situazione esistente.

Dall’incontro non è uscito alcun comunicato scritto congiunto, il che lascia spazio totale all’interpretazione politica dell’intesa. I cinesi, come di consueto, sono rimasti abbottonati e non hanno dichiarato nulla. Nonostante gli ovvi e spropositati toni trionfalistici di Trump, la delegazione USA ha comunicato in modo assai vago i punti dell’intesa, facendo capire che i principali temi che riguardano la lotta per la leadership economica futura non sono stati nemmeno affrontati, ma rinviati ad una fantomatica “fase due” del negoziato, che dovrebbe realizzarsi non prima di qualche mese. L’unico risultato concreto è stato l’annullamento del provvedimento che oggi avrebbe dovuto aumentare la tariffa USA dal 25 al 30% su 250 mld di $ di merci cinesi. In cambio i cinesi hanno promesso più acquisti di derrate agricole, qualche apertura sull’accesso occidentale ai loro mercati finanziari e la promessa che non manipoleranno il cambio. C’è vaghezza sulla tornata successiva di dazi, cioè quella del 15 dicembre, che dovrebbe imporre il 15% di tariffa su 160 miliardi di $ di altri prodotti cinesi, quasi tutti beni di largo consumo in USA, come smartphone, pc, elettronica di consumo e giocattoli. C’è chi dice che verranno sospesi anche questi dazi, altri invece che deciderà Trump più avanti. Forse molto dipenderà dall’incontro a quattr’occhi che avverrà tra un mese in Cile tra Trump e Xi.

Se questi sono i fatti la montagna ha partorito poco più che un topolino ed il rally a priori doveva essere seguito quantomeno da qualche presa di beneficio a posteriori.

Così è stato nella giornata di ieri, con qualche vendita sui settori che avevano fatto più strada con le aspettative, come i bancari ed i petroliferi.

Se in mattinata le borse asiatiche hanno proseguito il rialzo della scorsa settimana, quelle europee hanno tirato subito il freno e passato quasi tutta la seduta in negativo, preoccupandosi di ridimensionare un po’ gli eccessi euforici delle aspettative. Anche Wall Street ha  passato la seduta quasi immobile, con SP500 in un fazzoletto di soli 10 punti, appena sotto il livello di chiusura di venerdì scorso.

Al momento, data l’esiguità della correzione, possiamo parlare solo di prese di profitto, ma è ipotizzabile che il contributo della trattativa alla salita dei mercati si sia già esaurito. 

Per tornare a salire occorrerà ai mercati qualche altra motivazione. Magari dei buoni risultati dalla stagione delle trimestrali USA, che si apre oggi con le prime grandi banche americane all’appello dei rendiconti del terzo trimestre. Si tratta di Citigroup, Goldman Sachs, JP Morgan e Wells Fargo. Forniranno le prime indicazioni  di una stagione degli utili che si presenta proibitiva, dato che gli analisti si attendono il terzo trimestre consecutivo di calo. Al momento l’ipotesi di consenso è attestata su una previsione di -4,5% rispetto all’analogo periodo dello scorso anno. 

Non  sarà facile battere le attese così tanto da ribaltare il segno in positivo. Ma è evidente che per consentire all’indice azionario principale USA di tornare ai massimi assoluti è assolutamente necessaria una buona dimostrazione di tenuta degli utili societari.

 

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online