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Dopo il nuovo scandalo scommesse il calcio italiano rischia grosso

Dopo il nuovo scandalo scommesse il calcio italiano rischia grosso

"Ora diventa più difficile convincere russi, cinesi e arabi a investire nel calcio italiano. E noi italiani non abbiamo più risorse per andare davanti da  soli". E' il commento a caldo di un analista che segue il mondo del calcio dopo il nuovo scandalo sulle partite truccate che nella notte ha portato all'arresto di 15 calciatori, 6 presidenti di società sportive e un numero ancora imprecisato di dirigenti e allenatori di club che militano in Lega Pro e in Serie D.


I contorni del nuovo scandalo
L'inchiesta avviata dalla Procura di Catanzaro ipotizza l'esistenza di un'associazione per delinquere gestita dalla ndrangheta, con il coinvolgimento di criminali internazionali. D'un colpo rischia così di
svanire il tentativo di rilanciare l'anello più debole del calcio italiano, quello della provincia, che dal 2000 in avanti ha già visto sparire 107 club, seppelliti sotto una montagna di debiti. Si è cercato di porre rimedio a questa situazione con una riforma che ha ridotto drasticamente i confini del professionismo (dai 90 club della vecchia Serie C si è passati agli attuali 60 della Lega Pro), ma non è bastato. Basti pensare che ben 16 club sono stati sanzionati per irregolarità amministrative e ritardi nei pagamenti,
anche se le penalizzazioni in termini di punti sono state addolcite rispetto alle indicazioni iniziali, dopo trattative "all'italiana", che hanno visto entrare in gioco una commistione di interessi, non solo sportivi.
Il nuovo scandalo scommesse, per altro, rivela la fragilità del progetto "Calcio Pulito", lanciato dalla stessa Lega Pro in collaborazione con Sportradar, società  specializzata nei servizi antifrode e di integrità dei dati relativi alle scommesse sportive. Per anni sono state monitorate le partite, i flussi delle scommesse, segnalate anche alle procure della Repubblica le anomalie, ma i fatti di oggi evidenziano che tutto ciò non è bastato a prevenire nuovi fenomeni delinquenziali.

Ricadute a cascata
La cronaca giudiziaria di queste ore rischia di mettere a serio rischio una buona fetta del calcio italiano. Nei campionati minori, ancora legati al mecenatismo degli imprenditori locali, quanti finora hanno retto a fatica, presto potrebbero mollare. Nè sarà facile trovare nuovi sponsor disposti a investire in un mercato dai contorni loschi. Cosa ne sarà dei 1.200 professionisti tesserati (il 20% in meno in dieci anni)? Eppure non si tratta di milionari: se in Serie A lo stipendio medio è di 258mila euro (con il
picco di Daniele De Rossi che guadagna 6 milioni netti all'anno, circa 12 milioni al lordo), in Lega Pro si scende a quota 25mila. Insomma, 2mila euro lordi al mese, all'incirca 1.250 netti. Molti dei quali vantano arretrati di diversi mesi.

Anche la Serie A trema
Il danno reputazionale generato dall'inchiesta di Catanzaro promette di estendersi anche ai piani alti del calcio italiano. "I nuovi ricchi dei Paesi emergenti investono nel calcio europeo per guadagnare notorietà: ma chi è disposto a mettersi in gioco, e a perdere soldi, a fronte di un sistema dai contorni opachi?", aggiunge il banchiere. Per il quale è concreto il rischio di una frenata anche nelle trattative aperte.
Nè l'Italia può farcela da sola. Secondo uno studio Pwc-Fgci-Arel presentato ieri a Roma, la stagione 2013/2014 l'indebitamento delle squadre professionistiche si è attestato a 3,69 miliardi di euro, con un incremento di 284 milioni solo nell'ultimo anno considerato. I conti, inoltre, sono "abbelliti" dalla contabilizzazione delle plusvalenze. Peccato che le cessioni vengano fatte nel 90% verso altri club italiani, per cui un serio bilancio consolidato dovrebbe escludere questa voce.  "L'esposizione debitoria continua a crescere e non ci sono prospettive di un'inversione di tendenza, a fronte di ricavi sostanzialmente stabili e di stadi molto vecchi (con l'eccezione della Juventus", hanno spiegato gli autori dello studio. In queste condizioni il caso Parma rischia di non restare isolato.