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Dove è finita l'Italia che doveva fallire?

La Spagna potrebbe chiedere l’aiuto dell’Europa per evitare la bancarotta, la Grecia deve fare i conti con un tasso di disoccupazione spaventoso come, del resto, il Portogallo. L’Irlanda pare dare qualche lieve segnale di ripresa. E l’Italia? Il dibattito si fa serrato. Qualche analista è pronto a giurare che dopo la Spagna, toccherà al Belpaese attingere al fondo Esm per avere un’iniezione di denaro, ma altri, invece, sono più ottimisti e credono che l’Italia possa farcela senza gli aiutini.

Il dato di fatto da cui partire è che tra i Paesi PIIGS - acronimo tutt’altro che lusinghiero coniato dalla stampa finanziaria britannica per le economie europee più a rischio, ossia Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna – l’Italia sottoposta alla cura austerity del governo Monti, per adesso, almeno, non ha intenzione di chiedere nessun aiuto alla Banca centrale europea. Situazione ben diversa, invece, quella della Spagna che pare prossima a fare una richiesta formale di aiuti. Il governo di Mariano Rajoy, se ne pala ormai da giorni, è in forte difficoltà e starebbe cercando di capire quali sono le condizioni imposte dall’Europa per poter accedere agli aiuti. Dall’inizio della crisi, infatti, i costi di prestito per la Spagna hanno raggiunto livelli insostenibili, soprattutto a lungo termine. Nonostante i 100 miliardi di euro ricevuti a giugno per dare respiro al sistema bancario.

La Spagna ha, comunque, abbastanza fondi per evitare il fallimento almeno fino alla fine di ottobre, quando dovrà ripagare 29,5 miliardi di euro di debiti. Ma potrebbe richiedere prestiti ad un tasso di interesse più leggero rispetto all’attuale 6%. E’ probabile, comunque, che la Spagna abbia la liquidità necessaria per rifinanziarsi fino alla fine dell’anno. Ad ogni modo, il vero problema si presenterebbe a gennaio, quando le entrate fiscali in calo non compenserebbero un rifinanziamento di 19 miliardi di euro previsto per l’inizio dell’anno prossimo. E nel corso del 2013 il debito spagnolo potrebbe arrivare a 207 miliardi di euro, rispetto ai 186 miliardi del 2012. La soluzione caldeggiata da Bruxelles sarebbe, quindi, che la Bce intervenisse con massicci acquisti di obbligazioni spagnole sul mercato secondario, in modo da garantire un po’ di respiro ai costi finanziari di Madrid.

Grecia e Portogallo devono fare i conti con proteste di piazza e con tagli alla spesa pubblica che deprimono sempre di più le già fragili economie nazionali. L’Irlanda, invece, lancia qualche segnale positivo. Nonostante la crescita sia ferma allo 0,01% nel secondo trimestre del 2012, a Dublino si comincia a guardare oltre. Una prudente gestione fiscale da parte del governo sta portando a una riduzione del deficit del Paese che dall’8,3% del Pil nel 2012, dovrebbe arrivare a una percentuale del 7,5% sul prodotto interno lordo già dal 2013.

E l’Italia come sta? In questo scenario, non è il Paese che se la passa peggio tra quelli PIIGS. Certo. Con l’austerity, imposte e sacrifici per non chiedere una mano all’Europa e per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013. E pazienza se le aziende sono in difficoltà e se la crescita stenta a dare segnali vitali. “Le tasse per le imprese sono troppo elevate, specie nel confronto con la Germania, ma anche con l’Irlanda”, scrive Crédit Agricole. “Se ci fosse un taglio delle imposte dirette e indirette, si avrebbe quello che si definisce come game-changer”, spiegano gli analisti della banca transalpina. E dello stesso avviso è anche Goldman Sachs. Secondo la banca di Wall Street, nel caso l’Italia continuasse con la politica del rigore, non ci sarebbero margini per un ritorno alla crescita economica in tempi brevi. Il Pil potrebbe iniziare a migliorare solo dal 2014.

La pressione fiscale in Italia è da record. Secondo i dati raccolti dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), l’Italia rimane fra i Paesi con la più alta tassazione al mondo. Nel 2011 il carico fiscale che ha gravato sui contribuenti è stato pari al 47,6%, mentre per il 2012 si registrerà un altro aumento. “Le imposte per le aziende potrebbero arrivare a pesare per il 55%”, annuncia Confindustria. L’esempio è quello ellenico. Una politica che punta solo su tagli della spesa, nuove imposte e poche misure per la crescita ha le sue belle difficoltà ad uscire dalla recessione. Come dire, con la sola austerity non si va lontano.

Le stime di Morgan Stanley, per il nostro Paese, non promettono nulla di buono. Nel 2013 l’Italia avrà emissioni lorde per 401 miliardi di euro, con una redemption di 335 miliardi. Andrà peggio nel 2014, con emissioni lorde per 417 miliardi di euro e redemption di 378 miliardi e nel 2015, con emissioni lorde di 443 miliardi e redemption di 407 miliardi. Se si aggiunge il carico fiscale senza pari in tutta Europa, si può capire anche il motivo della fuga degli investitori internazionali.

Nonostante tutto, Mario Monti rimane ottimista e crede nel pareggio di bilancio nel 2013. E, per adesso, senza scudi fiscali. Sicuramente una bella sfida.


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