Dove vivere di rendita all'estero con una pensione italiana

Avete lavorato per 40 anni e ora la vostra pensione non vi soddisfa? Pensate che l’Italia non sia un paese dove le esigenze della terza età siano davvero tenute in considerazione? C’è una soluzione ai vostri problemi: trasferirsi all’estero. E il consiglio potrebbe valere sempre di più per chi oggi è giovane e ha iniziato da poco a frequentare un mercato del lavoro frammentato e insicuro. Una situazione che, a partire dall’attuale riforma Fornero e molto probabilmente con quelle a seguire nei prossimi anni, garantirà una pensione non prima dei 70 anni e con un assegno previdenziale di circa il 50 per cento dell’ultima retribuzione. Se fino a poco tempo fa la scelta di lasciare tutto per godersi l’ultima fase della propria vita lontano dall’Italia, magari in una meta esotica, era nella mente di qualche eccentrico o di pensionati dalle tasche piene, negli ultimi anni sono sempre di più quelli che abbandonano il fu Bel Paese.

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Le statistiche parlano chiaro. I numeri dell’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), riportati recentemente dal settimanale “Panorama”, dicono che sono 400mila gli italiani che hanno deciso di trasferirsi all’estero. Un dato davvero notevole, anche se comprende emigrati di lungo corso e residenti in altri paesi con doppia cittadinanza. Qualche volta si lascia l’Italia solo per alcuni mesi dell’anno, quasi sempre per il clima e per i costi. Solo sei anni fa erano 24mila quelli che realizzavano il sogno di vivere sulle cosiddette “spiagge dell’Inps”. Thailandia, Indonesia, Santo Domingo, Costa Rica, Brasile, Canarie, Tunisia, Capo Verde e Kenya sono le destinazioni preferite dai nostri connazionali. Spesso si inizia con una lunga villeggiatura, poi il richiamo dell’Italia si allontana e si cambia vita definitivamente.  A fare questa scelta sono soprattutto i pensionati che, pur non navigando nell’oro, hanno un discreto assegno previdenziale o una rendita messa da parte nel corso della loro attività lavorativa. Due condizioni che rendono possibile spendere dai 600 ai mille euro al mese per godersi le giornate ai Caraibi, in Oriente o in Africa.

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Decidere di abbandonare il proprio paese e rifarsi una vita non è mai facile. Nel caso dei pensionati italiani all’estero la regola essenziale è migliorare il tenore della propria esistenza. Da tutti i punti di vista, non solo economico. Per questo la scelta cade innanzitutto sull'America Latina o Centrale, in particolare Panama e Messico. Qui, infatti, acquistare un immobile richiede meno complicazioni che in Italia. I governi, inoltre, con lo scopo di dare impulso ai consumi locali, offrono agevolazioni finanziarie e incentivi fiscali che attirano come il miele gli over 65 nostrani. Se l’Asia, con la Thailandia e l’arcipelago maltese in testa, è un’altra delle aree preferite dagli attempati ‘profughi’ italiani, anche la vecchia Europa riesce ancora a difendersi. Nonostante la crisi e i costi ancora abbastanza alti, infatti, l’isola di Malta, anche per la diffusione della lingua inglese, è una delle mete più gettonate. E non sono disdegnate tappe tipiche dell’Europa dell’Est come la Polonia e l’Ungheria. D’altro canto non è sicuramente un caso, come riportato da Panorama, che nell’ultimo anno e mezzo siano cresciuti del 40 per cento accessi e richieste di contatto al sito Voglioviverecosì.com, un portale che ospita storie sull’esodo degli italiani di tutte le età.

Chi ha tra i 60 e i 70 anni e decide di lasciare l’Italia, difficilmente crede di poter recitare la parte di zio Paperone. Certo aiuta a sentire il portafogli meno leggero pagare il 25 per cento di tasse sul 20 per cento del reddito come avviene in Tunisia, comprare casa per 20mila euro come succede in Thailandia o vivere a Bali con 800 euro al mese. Ci sono, però, anche molti aspetti pratici di cui occuparsi. Dall’aprire un conto in banca nel paese di destinazione al pensare all’assicurazione sanitaria. Soprattutto, poi, sono necessari un forte spirito di adattamento e la passione per la scoperta. Non sarebbe male, inoltre, diventare seguaci convinti della cosiddetta filosofia del “downshifting” (semplicità volontaria), che consiste nel rallentare la corsa al lavoro per abbracciare ritmi incentrati sul benessere psicofisico.

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