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Draghi apre al dialogo sulle pensioni, ma la manovra non si tocca. Ai sindacati per ora basta

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Landini/Draghi (Photo: Marco MerliniANSA)
Landini/Draghi (Photo: Marco MerliniANSA)

Sono le parole e i toni utilizzati dai leader di Cgil, Cisl e Uil al termine dell’incontro a palazzo Chigi a spiegare perché la decisione di proseguire la mobilitazione contro il Governo sulla legge di bilancio è l’esatto contrario di una deflagrazione della protesta. A parte il fatto che la mobilitazione è già light di per sé, confinata nel perimetro regionale, è lo stesso Maurizio Landini a esprimere la consapevolezza che la possibilità di un confronto offerta da Mario Draghi sulle pensioni e sul fisco “non era scontata”. E quindi - è il secondo tempo del ragionamento - meglio prendere qualcosa che nulla. Nell’immediato, invece, i giochi sono chiusi e l’ha spiegato il premier durante il faccia a faccia durato due ore: le misure previste nella manovra non cambieranno né tantomeno spunteranno nuovi soldi per una riforma strutturale della previdenza. Se ne parlerà la prossima primavera. Intanto ci si confronta, si mettono sul tavolo le ipotesi per una flessibilità dell’uscita dal lavoro tarata sul sistema contributivo pieno. Insomma il metodo è concesso, anche perché conviene ovviamente anche al Governo non strappare, ma i contenuti sono tutti da scrivere.

Impegno è la parola che più ricorre nelle dichiarazioni rilasciate da Landini e dai segretari generali di Cisl e Uil all’uscita da palazzo Chigi. Draghi informerà il Consiglio dei ministri che la soluzione di quota 102 per le pensioni individuata per quest’anno è temporanea, si dice disponibile a resuscitare il decreto antidelocalizzazioni, con la spinta del ministro del Lavoro Andrea Orlando promette ai sindacati che saranno coinvolti sulla scelta della destinazione da dare agli 8 miliardi stanziati per tagliare le tasse. Ma anche qui siamo solo al metodo. Basta scendere nei dettagli per capire perché. I sindacati si sono seduti al tavolo chiedendo quota 41 e le pensioni di garanzia per i giovani: interventi costosi, ma soprattutto strutturali, qualcosa di molto diverso da quello che ha in mente il premier. Draghi vuole sì intervenire per non lasciare attivo il solo binario della legge Fornero, che prevede l’uscita dal mondo del lavoro a 67 anni, ma non ha intenzione di dilatare la spesa pensionistica e riaprire quel rubinetto che già dieci anni fa voleva chiudere, come scritto nella lettera inviata insieme a Jean-Claude Trichet al governo Berlusconi. Il risultato è stato conseguito appunto con la riforma Fornero e sul principio della spesa da tenere sotto controllo non si torna indietro. Per questo le misure introdotte con la manovra per il 2022 (oltre quota 102, anche la proroga di Opzione donna e l’estensione dell’Ape sociale) sono state solo dei ritocchi, con un costo di appena 600 milioni.

Il tavolo sulle pensioni andrà avanti fino a marzo e sarà il Documento di economia e finanza a tratteggiare nuovi interventi che saranno poi finanziati con la prossima manovra, quella che entrerà in vigore nel 2023. Il punto di caduta finale del dialogo è tra due anni, con in mezzo la grande incognita del Quirinale. Stando a quanto dichiarato dal numero uno della Uil Pierpaolo Bombardieri, che ha chiesto conto al premier su chi guiderà il confronto per il Governo fino a marzo, sarà lo stesso Draghi a farlo. “Sì lo farete con me”, avrebbe risposto il premier. Ma a parte l’indizio, fondato o meno, sulle intenzioni quirinalizie, il dato di fondo è che i sindacati devono accontentarsi per il momento solo della promessa del dialogo, non della garanzia di un risultato.

La traccia è la stessa per il decreto antidelocalizzazioni, spinto durante l’estate dal Pd e dai 5 stelle e poi messo in un cassetto dai consulenti di palazzo Chigi che hanno bollato la bozza preparata dai due partiti come troppo punitiva nei confronti delle imprese. Giancarlo Giorgetti per la Lega ha fatto da subito capire che non è intenzionato a mettere la faccia su un provvedimento scritto così e Draghi si è trovato d’accordo con il ministro dello Sviluppo economico. I sindacati insistono per intervenire con un certo peso nelle dinamiche e nelle scelte delle imprese, ma il premier non vuole aprire un fronte con Confindustria e comunque mettere lacci e lacciuoli all’attività di impresa, se non entro un limite tollerabile.

Anche il tavolo sul fisco è più una suggestione dei sindacati che un fatto concreto. Un tavolo su come ripartire gli otto miliardi destinati alla riduzione delle tasse ci sarà: al Tesoro, coordinato dal ministro dell’Economia Daniele Franco e dai suoi sottosegretari, ma i partecipanti saranno i partiti, meglio un rappresentante per ogni partito di maggioranza. Sicuramente i sindacati saranno informati, offriranno spunti, ma non decideranno. Anche perché Cgil, Cisl e Uil insistono per destinare gli otto miliardi interamente all’alleggerimento del carico fiscale che grava sulle buste paga dei lavoratori, mentre le sensibilità dentro la maggioranza sono variegate e bisognerà comunque dare qualcosa anche ad altri. L’elemento più interessante è un altro e non riguarda i sindacati. Enrico Letta ha proposto un patto con i leader della maggioranza per blindare il passaggio parlamentare dell’intera manovra. Il tavolo a via XX settembre riguarderà la fetta più importante delle risorse ancora non assegnate, ma è già una soluzione che dà forma al principio del patto. L’ha deciso il Governo che alla fine ha tirato i partiti fuori da un grande imbarazzo: a loro era stato concesso di occuparsi della spartizione degli otto miliardi in Parlamento, ma dal Pd - e tutti gli altri hanno detto sì - è arrivata la richiesta appunto di un patto suggellato da Draghi.

Al tavolo sulle tasse che sarà attivo al Tesoro sarà il Governo a fare da arbitro. Tra l’altro la soluzione sarà impacchettata in un emendamento e tutto il disegno di legge di bilancio alla fine passerà per il tradizionale maxi-emendamento che recepisce la modifiche introdotte dalla commissione Bilancio. Lo spazio è esiguo, ancora di più quello per le cose già decise e scritte nella manovra. Se si aggiunge il fatto che le previsioni dell’esecutivo contemplano un’uscita del testo dal Senato intorno al 20 dicembre e poi un voto finale alla Camera tra il 28 e il 30 dicembre si capisce bene come il dialogo sarà garantito, ma non sarà un lasciapassare alle bandierine dei partiti.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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