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Draghi o non Draghi, l'incanto s'è spezzato

·4 minuto per la lettura
MILAN, ITALY - NOVEMBER 30: Two canvases of the 'Power' theme with a portrait of Mario Draghi as super Mario and Queen Elizabeth as Quee Punk of the artist Salvatore Benintende called 'TVBOY' are displayed during the press premiere of his exhibition at the MUDEC museum on November 30, 2021 in Milan, Italy. The MUDEC museum hosts 'TVBOY. THE EXHIBITION', seventy canvases by the international artist of the Neo Pop Street Art movement (Photo by Pier Marco Tacca/Getty Images) (Photo: Pier Marco Tacca via Getty Images)
MILAN, ITALY - NOVEMBER 30: Two canvases of the 'Power' theme with a portrait of Mario Draghi as super Mario and Queen Elizabeth as Quee Punk of the artist Salvatore Benintende called 'TVBOY' are displayed during the press premiere of his exhibition at the MUDEC museum on November 30, 2021 in Milan, Italy. The MUDEC museum hosts 'TVBOY. THE EXHIBITION', seventy canvases by the international artist of the Neo Pop Street Art movement (Photo by Pier Marco Tacca/Getty Images) (Photo: Pier Marco Tacca via Getty Images)

Non è vero che brancoliamo nel buio: sulla corsa al Colle ci sono svariate certezze. La prima riguarda Mario Draghi. In tutti gli ambienti altolocati, comprese alcune cancellerie europee, si dà per scontato che non veda l’ora di trasferirsi al Quirinale. Evidentemente ne hanno avuto qualche conferma. Lui stesso evita di smentire, pur avendone l’opportunità; e tutti i vari personaggi con cui è in contatto hanno la netta percezione che l’uomo sia sempre più insofferente, sempre meno disposto alle contorsioni cui deve sottostare chi guida un governo. Lo si è notato da ultimo nelle trattative sulla manovra fiscale. Nessuno può costringerlo controvoglia a restare dov’è, fosse anche per il bene della Nazione, per cui di questa volontà bisogna prendere atto.

Ed ecco la seconda certezza di queste ore: se Draghi chiederà di traslocare, nessuno dei principali leader oserà dirgli di no. Per una ragione o per l’altra, tutti quanti sono propensi ad accontentarlo. Compreso Giuseppe Conte. Compresa Giorgia Meloni. La candidatura del premier è dunque già un bel pezzo avanti, e la moglie di Draghi non sbagliava a informarne il barista. Resta da definire un certo numero di dettagli che ad alcuni possono sembrare formalità, per altri non lo sono affatto. Sussiste ad esempio un dubbio costituzionale di cui l’HuffPost per primo aveva parlato e che gli uffici giuridici di Palazzo Chigi stanno mettendo a fuoco, vale a dire cosa accadrebbe se il presidente del Consiglio diventasse capo dello Stato, chi terrebbe le consultazioni per il nuovo governo (il presidente uscente o quello entrante?), come si regolerebbe Sergio Mattarella (potrebbe aspettare la scadenza del 3 febbraio o dovrebbe congedarsi in anticipo?) e altri piccoli rompicapo del genere.

C’è un ulteriore problemuccio. Draghi può offrire al massimo la propria disponibilità, ma poi qualcuno lo dovrà proporre ai 1009 grandi elettori. Quel qualcuno non potrà essere del centrodestra perlomeno fino a quando resterà in pista Silvio Berlusconi, il quale è assolutamente convinto di potercela fare e addirittura in queste ore si sta preoccupando di che fine farebbe Forza Italia, e se lui potrebbe continuare a pilotarla da presidente della Repubblica per telefono o per interposta persona. Pensare di liquidarne le ambizioni è “wishful thinking”, cioè pia illusione. Ma ciò significa che, se non prenderanno il coraggio a due mani, Giorgia e Matteo resteranno prigionieri del Cav perlomeno fino al quarto scrutinio, quando si abbasserà l’asticella del quorum. Nel frattempo Draghi dovrà mettersi in lista d’attesa, incrociando le dita perché nelle campagne acquisti Silvio è il più bravo di tutti. E comunque - siamo alla terza certezza - per l’ex presidente della Bce niente cooptazione al primo scrutinio; il plebiscito a furor di popolo sembra già sfumato per colpa del guastafeste Berlusconi.

Dopodiché ci sarà da convincere la base parlamentare. Metà dei “peones” sanno di essere all’ultimo giro in quanto, se si andrà a votare, non verranno nemmeno ricandidati; e sono pronti a scommettere che, un secondo dopo il trasloco del premier, la Lega si sfilererebbe dalla maggioranza per rifarsi il look all’opposizione. A quel punto delle due l’una: o Cinque stelle e “Dem” si caricheranno il governo fino al termine della legislatura; oppure si tireranno indietro anche loro per giocarsela alle elezioni. Nel primo caso otterranno tot poltrone ministeriali in più, quelle lasciate libere dal centrodestra; nel secondo, potranno sperare di perdere bene, piazzando in Parlamento gente più fedele ai capi. Il dilemma non è stato sciolto da Enrico Letta né dall’Avvocato del popolo. Ma in attesa che quei due decidano di decidere, tra deputati e senatori impazza il TTD, acronimo di “Tutti Tranne Draghi”. Pur di non votarlo qualcuno, chissà, potrebbe perfino essere tentato di sostenere sottobanco Berlusconi, il Cavaliere come antidoto a Super Mario.

Insomma, la penultima certezza della corsa al Colle è che a Draghi ancora mancano alcuni tasselli, senza i quali finirebbe nel mirino dei “franchi tiratori” e resterebbe impallinato perfino se fosse eletto; perché una cosa è venire acclamati, altra cosa sfangarla di qualche voto: nel secondo caso verrebbe meno il prestigio politico, l’autorevolezza necessaria per inaugurare un “semi-presidenzialismo di fatto” dal sentore gollista o napoleonico. Come Mattarella, come Napolitano, come Scalfaro, come Ciampi e tutti i predecessori fino a Luigi Einaudi, anche Draghi dovrebbe accontentarsi di aggiustare l’Italia con la cassetta degli attrezzi, quella solita, che gli fornisce la Costituzione.

L’ultimo punto fermo nelle danze del Quirinale è che, comunque vada a finire, ci giocheremo il magico equilibrio su cui abbiamo campato un anno, agganciando la ripresa e tenendo a bada l’epidemia. A governarci non sarà Draghi, che al Quirinale riceverà scolaresche, ambasciatori, emiri di passaggio, oppure girerà il mondo in rappresentanza del Belpaese, e comunque dovrà restare il garante super partes che non s’immischia nelle transazioni di governo, nelle nomine, nei pastrocchi. Torneremo a votare oppure ci terremo un governino guidato da non eletti (nemmeno Marta Cartabia la è) che per un anno e mezzo si reggerà sui transfughi berlusconiani e, peggio ancora, sullo statista di Rignano. Perfino se Draghi venisse sconfitto resterebbe a Palazzo Chigi ammaccato oltre che mal volentieri, risentito del trattamento e con la valigia in mano. L’incantesimo si è spezzato, troppo tardi per rimediare.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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