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Due giornaliste del New York Times hanno scritto un libro-inchiesta sulle verità scomode di Facebook

·6 minuto per la lettura
Photo credit: Kevin Dietsch - Getty Images
Photo credit: Kevin Dietsch - Getty Images

Da apprezzata case history della Silicon Valley a oggetto di inchiesta di un libro-denuncia di due giornaliste del New York Times. Si riassume così la parabola discendente – perlomeno in termini reputazionali – di Facebook, che pure continua a registrare 2,8 miliardi di utenti attivi mensili su una popolazione di 7,8 miliardi. Proprio sugli ultimi cinque anni di storia del social network – dal 2016 al 6 gennaio 2021 – si concentra l'analisi di Sheera Frenkel e Cecilia Kang, finaliste al Premio Pulitzer 2019 e autrici di An Ugly Truth Inside Facebook’s Battle for Domination, un'inchiesta dedicata all'ultimo quinquennio dell'azienda e alle responsabilità emerse durante la presidenza Trump in merito alla diffusione di fake news, teorie del complotto e contenuti che inneggiavano all'odio e alla violenza.

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A fronte delle numerose pubblicazioni uscite negli ultimi anni sul tema, An Ugly Truth ha il merito di essere scritto da chi la disinformazione la contrasta ogni giorno per mestiere facendo giornalismo di servizio. Non a caso l'opera si basa sulle oltre mille ore di registrazioni di interviste condotte a 400 persone, tra cui dirigenti di Facebook, ex e attuali dipendenti, rispettive famiglie, amici e compagni di classe, oltre a investitori e consulenti di Facebook, avvocati e attivisti che da molto tempo combattono contro l'azienda. Molto più che semplici insider. Il titolo, poi, prende spunto da un promemoria interno intitolato The Ugly (“il brutto”), inviato nel giugno 2016 da Andrew Bosworth, un dirigente di Facebook nonché tra i più stretti collaboratori e confidenti di Mark Zuckerberg. Nella sua agenda l'imprenditore appuntava una serie di riflessioni circa le priorità dell'azienda e il totale disinteresse verso determinati temi di ordine etico. "Noi mettiamo in connessione le persone. Punto. È la ragione per cui tutto il lavoro che facciamo per la crescita è giustificato. Tutte le discutibili pratiche di importazione dei contatti. Tutto il linguaggio subdolo che aiuta le persone a essere rintracciate dagli amici. Tutto il lavoro che facciamo per portare più comunicazione. Così colleghiamo le persone" – scriveva Bosworth –. Questo può essere negativo se lo rendono negativo. Forse l’esposizione ai bulli può costare la vita a qualcuno. E forse qualcuno muore per attacchi terroristici coordinati tramite i nostri strumenti. E ancora continuiamo a connettere le persone. La spiacevole verità è che crediamo così profondamente nel valore della connessione tra le persone che tutto ciò che ci consente di connetterne di più e più spesso è una cosa buona de facto".

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Poco contava insomma quali fossero le conseguenze, l'importante era che si desse alla gente ciò che desiderava leggere e ascoltare: il principio delle famose echo-chamber, camere dell'eco dove le informazioni non vengono verificate e chi la pensa diversamente dal gruppo viene censurato dal sistema, solo perché non rientra tra le "preferenze" degli utenti. "Improvvisamente, storie che davano Hillary Clinton segretamente in coma, o che asserivano l’esistenza di un figlio di Bill Clinton nato da una relazione extraconiugale, si diffusero su Facebook. Le persone che ci stavano dietro erano in gran parte apolitiche, ma sapevano che più stravagante era la storia, più era probabile che un utente facesse clic sul collegamento" – scrivono Frenkel e Kang.

Photo credit: Kevin Dietsch - Getty Images
Photo credit: Kevin Dietsch - Getty Images

La cosa grave fu che alcuni tecnici segnalarono il problema ai superiori, ma fu detto loro che le notizie false non violavano le regole di Facebook. "Vedevamo tutti questi siti spazzatura occupare un posto di rilievo nel feed delle persone, sapevamo che le persone aprivano Facebook e vedevano notizie totalmente false nella parte superiore della loro homepage, ma [i superiori] continuavano a ripeterci che non c’era nulla che potessimo fare: le persone potevano condividere tutto ciò che volevano condividere" – scrivono Frenkel e Kang citando un ex dipendente. Poi arrivò un aggiornamento dell'algoritmo di Facebook, che avrebbe dovuto risolvere il problema, ma che per assurdo lo amplificò, dal momento che diede sì priorità a contenuti di familiari e amici, a scapito di siti inaffidabili, ma secondo alcune analisi condotte da ricercatori esterni penalizzò anche siti accreditati come quelli di Cnn e Washington Post. Il risultato? Gli utenti smisero di vedere anche le poche notizie affidabili dai loro feed e continuarono a informarsi solo attraverso fake news condivise da parenti e amici. A fronte delle crescenti preoccupazioni dei dipendenti, il già ricordato Andrew Bosworth diffuse la nota interna da cui è tratto il titolo del libro di Frenkel e Kang, che nel loro lavoro evidenziano le conseguenze di queste politiche aziendali, tutte protese verso engagement e profitto a scapito della sicurezza e dell'informazione degli utenti.

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Alla luce di queste premesse, l'inchiesta mette in luce tutta una serie di "danni collaterali" che negli ultimi anni hanno visto Facebook al centro di numerosi scandali, non solo in merito a sicurezza e privacy degli utenti, ma anche circa le ormai note interferenze russe durante le elezioni presidenziali statunitensi del 2016 attraverso la creazione di pagine aperte da gruppi stranieri, nate l'obiettivo di manipolare l’opinione pubblica americana diffondendo, ancora una volta, fake news. Il caso più drammatico e forse anche il meno conosciuto coinvolse però il Myanmar. L'ossessione di Zuckerberg per la crescita del fatturato – il progetto di punta dell'azienda si chiamava "next one billion" ossia "il prossimo miliardo (di utenti)" – spinse Facebook a entrare in un Paese senza tradizioni democratiche e a concedere, a chi non aveva mai avuto accesso a Internet prima di allora, la libertà di utilizzare un profilo social come uno strumento di propaganda anti-religiosa. Senza preoccuparsi delle conseguenze, Facebook diede la popolazione locale in pasto alla disinformazione e alle fake news con il risultato che 24mila Rohingya (un gruppo etnico di religiose islamica) furono uccisi e 700mila musulmani fuggirono in Bangladesh. Il tutto mentre cinque moderatori madrelingua birmani assunti da Facebook – nessuno dei quali con sede in Myanmar – cercavano di gestire la retorica incendiaria di 18 milioni di utenti di Facebook.

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Nei suoi regolari archivi presso la Securities and Exchange Commission, riportati da The Guardian, la società riassume bene: "Mark Zuckerberg, il nostro fondatore, presidente e Ceo, è in grado di esercitare i diritti di voto rispetto alla maggioranza del potere di voto del nostro stock di capitale in essere e quindi ha la capacità di controllare l'esito delle questioni sottoposte all'approvazione degli azionisti, inclusa l'elezione di amministratori e qualsiasi fusione, consolidamento o vendita di tutti o sostanzialmente tutti i nostri beni. [...] Zuckerberg potrebbe licenziare l'intero consiglio e non c'è nulla che qualcuno possa fare al riguardo". Per tornare al titolo del libro, la "brutta verità" su Facebook è che è una società immensamente potente con un modello di business tossico, guidato da un fondatore autocratico che è deciso al dominio del mondo. Un critico di spicco dell'azienda una volta osservò che "il problema di Facebook è Facebook". Errore. Il problema di Facebook è Zuckerberg.

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