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Due lettere per mettere all'angolo i Benetton

Giuseppe Colombo
·Business editor L'Huffington Post
·7 minuti per la lettura
(Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP via Getty Images) (Photo: FILIPPO MONTEFORTE via Getty Images)
(Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP via Getty Images) (Photo: FILIPPO MONTEFORTE via Getty Images)

Sono arrivate due lettere, una ai piani alti di Autostrade e un’altra a quelli della casa madre Atlantia. La prima mercoledì sera. Firmata da Roberto Chieppa, Luigi Carbone e Alberto Stancanelli, rispettivamente segretario generale di palazzo Chigi, capo di gabinetto del Tesoro e capo di gabinetto del ministero dei Trasporti. La seconda stamattina, con la firma dell’amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti Fabrizio Palermo. Due lettere, di cui Huffpost è venuto a conoscenza, in cui si chiede ai Benetton di rispettare gli accordi del 15 luglio, riassumibili in una condizione vincolante: la Cassa deve essere il perno della nuova Autostrade. Condizione che a due mesi e mezzo dal Consiglio dei ministri notturno dell’intesa è tramontata, di fatto quasi morta. L’ultimo colpo di grazia è arrivato stamattina con il consiglio di amministrazione di Atlantia che ha deciso di inaugurare uno schema in solitaria, senza un’intesa né con la Cassa né con il Governo. Il combinato disposto del pressing del Governo e della decisione di Atlantia accresce il clima di quasi rottura maturato nelle ultime ore.

La lettera della Cassa e il nodo della manleva

La missiva, secondo quanto riferito da fonti di Governo di primissimo livello, di fatto certifica lo stato dell’arte della trattativa che la Cassa ha portato avanti con Atlantia per arrivare alla firma di un memorandum di intesa, la traduzione in road map e numeri di quello concordato a metà luglio tra l’esecutivo e i Benetton. Questo stato dell’arte dice che gli ostacoli sono ancora tanti. Così grandi da rendere impossibile arrivare oggi a un avvicinamento. E per questo nella lettera si ribadisce di tenere fede agli impegni assunti il 15 luglio e cioè a uno schema che prevede come primo atto l’entrata della Cassa dentro Autostrade attraverso un aumento di capitale riservato. E poi si mette l’accento su una questione imprescindibile per chiudere la partita: la manleva. Perché la Cassa chiede di non essere tirata in ballo se in futuro emergeranno responsabilità (e quindi risarcimenti) per il crollo del ponte Morandi a Genova. Solo che Atlantia al massimo è disposta ad aprire la propria data room, quella dove sono contenute le valutazioni di rischio legate all’oggi, e non è invece disposta a dover rispondere in futuro di eventuali contestazioni. Un altro punto della lettera, riferiscono le stesse fonti, fa riferimento a un’altra questione irrisolta, quella dell’attribuzione del debito di Autostrade.

La mossa del Governo

Alla lettera inviata da Chieppa, Carbone e Stancanelli è allegato l’Atto aggiuntivo per chiudere il contenzioso che si è aperto dopo il crollo del ponte Morandi e archiviare così definitivamente la revoca. Ma a una condizione: la Cassa depositi e prestiti deve entrare dentro la società autostradale. Articolo 10: “Il presente accordo - recita la lettera - diventerà efficace al verificarsi delle seguenti condizioni”. Segue una lista di condizioni, tra cui spicca appunto la vendita alla Cassa. Altrimenti, dice sempre la lettera, l’Atto decade e il contenzioso resta in piedi. E a sua volta il contenzioso tiene in campo la revoca. Il termine revoca non viene esplicitato nella lettera, ma il riferimento è d’obbligo visto che il Governo ha sempre detto che il contenzioso poteva andare o verso un accordo o verso una rottura attraverso la revoca.

Questa lettera, che contiene anche la riscrittura della Convenzione, sbatte però sulle convinzioni di Autostrade, che divergono dalla strada tracciata nella lettera. Non è la prima volta che il Governo vincola il via libera della transazione all’ingresso della Cassa nel capitale di Autostrade. L’ha già scritto in una lettera inviata il 2 settembre. Ma già allora, nei contatti avuti con l’esecutivo, la società aveva spiegato che il destinatario doveva essere la casa madre Atlantia. E aveva spiegato anche che non può essere obbligata a vendere alla Cassa.

Il cortocircuito tra il Governo e i Benetton

Anche questa lettera dice della nuova fibrillazione che è divampata lungo l’asse Governo-Benetton. Le due gambe su cui si regge l’accordo raggiunto a luglio zoppicano entrambe. La prima è quella del nuovo assetto societario di Autostrade, con i Benetton in uscita: la Cassa e Atlantia (la società attraverso cui i Benetton controllano Autostrade), sono a un passo dalla rottura. La seconda gamba è quella che riguarda l’Atto aggiuntivo, anch’esso imballato.

Il cortocircuito prende forma in questo punto. Il Governo si appella all’ingresso della Cassa previsto nell’accordo del 15 luglio e messo nero su bianco nel comunicato stampa diramato da palazzo Chigi. E quindi i Benetton devono procedere secondo questo schema: aumento di capitale riservato a Cdp, poi scorporo e quotazione. La controparte, invece, tira in ballo altre questioni, contenute nella lettera d’impegni inviata allora al Governo, dove c’è scritto che lo schema era vincolato al via libera dei consigli di amministrazione di Atlantia e Autostrade. Via libera che non è arrivato. Anzi. Dopo pochi giorni i soci di minoranza hanno detto no a quella strada. E Atlantia ne ha dovuto prendere atto. L’ha detto chiaramente alla Cassa durante la trattativa. E l’ha detto anche al Governo. Ma la lettera di mercoledì dice che l’esecutivo tiene il punto e non vuole retrocedere. E Autostrade, secondo quanto si apprende da fonti industriali di primissimo livello, è intenzionata a ribadire il concetto: non può essere obbligata a vendere alla Cassa.

La mossa di Atlantia

Nel quartier generale di Atlantia si rafforza il ragionamento per cui la Cassa non è esclusa dalla partita della società post Benetton, ma non è l’unico player in campo a essere legittimato. Mentre il Governo ritiene e ha festeggiato due mesi e mezzo fa una nuova Autostrade con la Cassa sulla plancia di comando. Di più. Il consiglio di amministrazione di Atlantia ha dato il via libera a una doppia pista per inaugurare la nuova stagione di Autostrade. La doppia strada prevede da una parte la vendita sul mercato della quota dell′88% che Atlantia ha in Autostrade sul mercato. Dall’altra parte l’uscita di Autostrade dal recinto di Atlantia, la creazione di una nuova Autostrade e la successiva quotazione in Borsa di quest’ultima. Entrambe le opzioni - comunica Atlantia - sono rivolte “sia a Cdp che ad altri investitori istituzionali”. Il messaggio che si vuole dare è quello della porta aperta. Con la seconda opzione - è il ragionamento - in mano ad Atlantia rimarrebbe inizialmente il 33% delle azioni di Autostrade, che è la quota a cui si è sempre pensato per Cdp. Come a dire che quelle azioni sono lì, pronte a essere cedute alla Cassa. Ma questa, come la prima opzione, comporta uno schema diverso rispetto a quello che vuole il Governo. E anche un prezzo diverso. Il Governo, invece, vuole che la Cassa entri dentro Autostrade all’inizio, attraverso una strada dedicata che è quello dell’aumento di capitale riservato.

E poi c’è la questione della manleva che, secondo quanto riferiscono le stesse fonti di Governo, la Cassa ritiene essere la questione prioritaria. Nessuno - è il ragionamento - va a comprare una società su cui pende una spada di Damocle così pesante e cioè ritrovarsi a pagare il conto di danni e sbagli fatti dai precedenti proprietari e controllori. Nel lungo comunicato con cui Atlantia ha accompagnato la doppia strada non c’è alcun riferimento alla manleva. E questo viene letto in ambienti di governo come una non disponibilità a tenere la porta aperta. Ma di chiuderla.

In sintesi: Atlantia ha deciso di fare da sola, senza un accordo con la Cassa, sottolineando però che si avvia così un processo di uscita dei Benetton e che questa operazione avviene a condizioni di mercato, cosa che ribadisce di aver specificato al Governo già la notte del 14 luglio. E anche l’altra gamba della partita, quella dell’Atto aggiuntivo, essendo legata alla prima dal vincolo della vendita alla Cassa, è ferma. Quasi più nessuno crede alla possibilità di far rientrare una distanza che si è cementificata. E per questo Giuseppe Conte è ritornato a confidare ad alcuni ministri che la revoca è sempre lì, pronta a essere usata.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.