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Ecomondo. A Rimini il Green new deal italiano ha inizio

Fabio Carbone

Da oggi 5 novembre a venerdì 8 novembre Rimini è la capitale del Green new deal italiano con Ecomondo, l’Expo delle tecnologie verdi che da 23 anni fa conoscere all’Italia e agli italiani il cambiamento verde che si può applicare all’economia.

Rifiuti e risorse, bioeconomia circolare, bonifica e rischio idrogeologico, acqua, sono le aree tematiche in cui immergersi per apprendere quelle conoscenze che aprono la mente a nuovi lavori, nuove opportunità personali e per i territori nei quali si vive.

Trasformare le industrie inquinanti in ecologiche, dare vita a attività imprenditoriali non solo a impronta zero ma capaci di produrre più ricchezza addirittura delle industrie inquinanti, e produrre ricchezza secondo un modello di economia circolare, dove il denaro viene distribuito tra tutti e non è concentrato nelle mani di pochi.

Chiunque, infatti, non voglia tenere conto dellImpatto del cambiamento climatico sull’economia globale e locale, ha già perso ed è già fallito.

Gli Stati generali della Green economy a Ecomondo

Ecomondo, a Rimini, è l’evento sull’economia e le tecnologie verdi più atteso d’Europa. Qui si tengono ogni anno gli Stati generali della Green economy italiana(www.statigenerali.org) e non solo. Gli Stati generali sono in collaborazione con il ministero dell’Ambiente e il ministero dello Sviluppo Economico, e “propongono una analisi e un aggiornamento sui temi economici e normativi più attuali e cruciali”.

Si parlerà di Green new deal, un progetto in 10 anni che potrebbe portare in Italia un investimento complessivo da 200 miliardi di euro e 800mila posti di lavoro (Fonte: statigenerali.org).

Forse, infatti, non è ancora chiaro a tutti che la scarsità di lavoro in Italia non si può combattere continuando a usare il defibrillatore con quelle aziende “storiche” che appartengono a settori industriali che in Italia sono morti 20 anni fa e più.

Dissesto idrogeologico, riduzione delle emissioni di gas serra, rifiuti come ricchezza per i territori (un esempio: gli impianti di compostaggio di comunità), sono settori industriali non chiacchiere.

Edo Ronchi, del Consiglio nazionale della green economy ha detto:

Il Green new deal è una svolta storica che richiede la definizione di obiettivi strategici, un dibattito partecipato e un programma decennale al 2030 necessario sia per affrontare la crisi climatica sia per rilanciare la green economy e farla diventare la forza trainante del rilancio dell’Italia”.

Le leggi e l’intervento del governo non bastano

Ronchi fa notare che la manovra economica del 2020 contiene “novità positive per il Green new deal come i fondi per la decarbonizzazione dell’economia, l’economia circolare, l’adattamento e la mitigazione climatica” e così via.

Ma non basta una legge e i fondi messi a disposizione dal governo, ciò che serve è la nascita dal basso di nuove imprese individuali e di gruppo che battono strade ancora poco tracciate, anzi, che aprono strade nuove non tracciate.

Senza questo coraggio la cronaca ci racconterà solo di aziende che chiudono e di continui scioperi per salvare posti di lavoro.

<La green economy parte da un punto di vista differente invece, non viene per salvare posti di lavoro ma per crearne di nuovi e viene anche, è bene saperlo, per soppiantare posti di lavoro che non ci saranno più da qui a 20 o 30 anni.

Un esempio, i minatori nelle miniere di carbone. In Germania le miniere di carbone sono in dismissione. Esisteranno ancora i benzinai nel 2050? Probabilmente no.

La Banca europea degli investimenti non finanzierà più le industrie fossili e i loro progetti, ma solo progetti industriali di riconversione ad una economia più green.

Giusto l’altro ieri Eni ha reso noto di aver ribattezzato Syndial in Eni Rewind, che significa riavvolgere ed è la società che si occupa di bonifiche e gestione dei rifiuti industriali. Già rewind, facciamo un passo indietro e al bivio prendiamo una nuova strada.

Un Green new deal per l’Italia è possibile, ma dovrà partire dal basso, dai singoli e dalle comunità.

Il lavoro in Italia c’è, bisogna crearlo.

This article was originally posted on FX Empire

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