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Economia, ecco perché fa paura il piano riforme di Paolo Savona

Governo, chi è Paolo Savona: l’economista anti euro (LaPresse)

di Fabrizio Arnhold

La Lega tira dritto e continua a puntare su Paolo Savona per il ministero dell’Economia. Il profilo dell’economista, 81 anni, già ministro dell’Industria del governo Ciampi nel 1993 e a capo del Dipartimento per le politiche comunitarie nel 2006 con Berlusconi, agita l’Unione europea per le sue posizioni che in molti definiscono “euro scettiche”. Il Colle preferirebbe un altro nome per un dicastero così importante e per non far “innervosire” troppo i mercati.

Le prime mosse

In attesa di capire quale sarà il futuro, Savona si è dimesso, come anticipato dall’Huffington Post, dalla presidenza del fondo Euklid e dalla codirezione di Euklid Fund Sarl, in Lussemburgo. Come dire, nel caso in cui arrivasse la chiamata per l’Economia, si vuole far trovare pronto.

Le idee sull’Europa

Savona ha raccolto le sue idee nel suo ultimo articolo comparso su le Sfide, il trimestrale della Fondazione Craxi. “Vi sono pochi dubbi – scrive Savonasul fatto che l’Unione Europea poggi su una gamba sola, quella della stabilità, mentre manca quella della crescita economica e sociale, a causa del sospetto che quest’ultima sarebbe il veicolo dell’instabilità temuta dalla Germania”.

In Ue manca la crescita

L’assunto di fondo è che in Europa manchi la crescita perché si pensa solo alla stabilità. Una zavorra che appesantisce gli Stati membri. “Un mondo di mezzo – continua l’economistainascoltato insiste che occorre intraprendere la strada delle riforme”. E cosa bisognerebbe fare? Serve la “creazione di una scuola comune di ogni ordine e grado che crei una cultura comune”. Bisognerebbe “assegnare dei compiti alle istituzioni sovranazionali rispetto a quelle nazionali”.

Le competenze della Bce

Ampliare lo statuto della Banca centrale europea assegnando a essa obiettivi di crescita”. Ma nell’idea di Savona, l’Europa dovrebbe anche promuovere “l’adozione di una politica fiscale comune”. Il fine ultimo è quello di aumentare la crescita, con l’attuazione di riforme strutturali, in grado di cambiare l’istituzione europea dall’interno, ridimensionando lo strapotere tedesco.

 

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